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Lavori 4.0, 18mila richieste a Milano, Monza e Lodi

Tecnici delle vendite, del marketing e della distribuzione commerciale, e quelli in campo informatico, ingegneristico e della produzione, sono i profili 4.0 più richiesti dalle imprese di Milano, Monza Brianza e Lodi a maggio 2019. E rappresentano il 44% delle entrate previste in totale sui territori. Da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Sistema Informativo Excelsior emerge inoltre che i giovani fino a 29 anni sono i preferiti nel settore del legno a Milano, come tecnici amministrativi a Monza Brianza e come operai dell’alimentare a Lodi. Difficili da trovare sono invece gli specialisti in informatica a Milano, i progettisti a Monza Brianza, e i conduttori di mezzi per l’industria a Lodi.

Una economia sempre più smart

In generale, tra dipendenti e collaboratori, i lavori 4.0 rappresentano il 44% dei 40.800 lavori richiesti nei territori. In una economia sempre più smart, sulla base delle professioni collegate al trattamento e all’analisi dell’informazioni, ai nuovi media e ai big data, alla produzione, all’automazione e alla logistica, le richieste di nuovi lavoratori sono in prevalenza concentrate a Milano. Che ne prevede 15 mila, pari al 43,7% sul totale dei 34.500 mila posti previsti dalle imprese nel mese di maggio. A Monza Brianza invece sono oltre 2 mila su 5 mila (43,2%), e a Lodi 540 su 1.210 (44,6%).

I lavori 4.0 a Milano…

A Milano le entrate previste riguardano soprattutto i tecnici delle vendite, del marketing e della distribuzione commerciale (2.780 di cui il 18,9% è rappresentato da giovani e il 34,2% è di difficile reperimento), e di tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione (1.770, con il 30,7% di giovani e il 53,2% difficile da reperire). Superano le mille richieste anche gli operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, i tecnici amministrativi, finanziari e della gestione della produzione, i conduttori di macchinari mobili e di mezzi di trasporto, e gli operai nelle attività metalmeccaniche. Sono di difficile reperimento anche gli operai specializzati per le industrie tessili, e i giovani sono preferiti come operai dell’industria del legno e della carta e metalmeccanici.

…e a Monza Brianza e Lodi

A Monza Brianza i più richiesti sono i tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, e quelli delle vendite, marketing e distribuzione commerciale, insieme agli operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici. I progettisti e ingegneri sono la categoria di più difficile reperimento, e i giovani sono più richiesti come tecnici amministrativi, finanziari e della gestione della produzione, e come specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche.

A Lodi i più richiesti sono soprattutto operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici e conduttori di mezzi di trasporto nell’industria, questi ultimi di difficile reperimento, come gli operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche. Giovani preferiti come operai e conduttori di impianti nell’industria alimentare, chimica e della plastica.

Machine learning, più sicurezza o più rischi per l’azienda?

Le tecnologie di machine learning, o apprendimento automatico, aiuteranno le aziende a difendersi con maggiore efficacia contro gli attacchi informatici? Secondo 80% dei responsabili IT aziendali, il machine learning, una branca dell’intelligenza artificiale, aiuterà la propria organizzazione a rispondere più rapidamente alle minacce sulla sicurezza. Circa il 70% afferma però che questa tecnologia farà anche incrementare il numero di attacchi, e renderà le minacce più complesse e difficili da rilevare. Si tratta dei risultati di una ricerca di OnePoll, condotta per conto di Eset, che ha coinvolto 900 decision maker IT negli Stati Uniti, Regno Unito e Germania.

Anche i cyber criminali  riconoscono le opportunità di questa tecnologia

Come la maggior parte delle innovazioni, rileva lo studio di Eset, anche l’apprendimento automatico può presentare alcuni svantaggi, e potrebbe essere utilizzata come arma di attacco da parte dei cyber criminali. Questi ultimi riconoscono infatti le opportunità e il valore di questa tecnologia, che se utilizzata in maniera distorta potrebbe creare nuovi ceppi di malware, colpire target specifici ed estrarre dati preziosi, ma anche proteggere l’infrastruttura dei criminali informatici stessi, come le botnet, portando scompiglio e causando danni, anche molto ingenti.

Il 70% degli IT manager pensa il ML renderà le minacce più difficili da rilevare

Questo timore, secondo i dati della ricerca, è condiviso anche dai responsabili IT aziendali: il 66% degli intervistati concorda sul fatto che le nuove tecnologie legate al machine learning  faranno aumentare il numero di attacchi, mentre il 70% ritiene che il machine learning renderà le minacce più complesse e difficili da rilevare.

Secondo le rilevazioni, inoltre, l’82% degli intervistati ha già implementato un prodotto di sicurezza informatica che utilizza il machine learning, mentre per il restante 18%, più della metà (53%) dichiara che le loro aziende stanno pianificando di utilizzare questa tecnologia nei prossimi 3-5 anni. Solo il 23% afferma invece che non è in previsione l’utilizzo di soluzioni di sicurezza basate su machine learning nel prossimo futuro.

Le tecnologie di apprendimento automatico sono già state utilizzate per scopi fraudolenti

Sfortunatamente, sottolinea il report, gli scenari in cui il machine learning viene utilizzato in maniera impropria non sono solo teorici, e alcuni casi riscontrati in the wild, e già analizzati dai ricercatori, dimostrano che le tecnologie basate su machine learning sono già state utilizzate per scopi fraudolenti. È il caso di Emotet, riporta Askanews su fonte Cyber Affairs,

una famiglia di trojan bancari famosa per la sua architettura modulare, le tecniche di persistenza e il sistema di diffusione automatica simile a quello dei vecchi worm. Che utilizzerebbe quindi l’apprendimento automatico per migliorare la propria capacità di colpire vittime specifiche.

Lavoro: 200mila occupati in più nel 2018

Negli ultimi cinque anni il mercato del lavoro in Italia ha manifestato una ripresa significativa, associata a profondi cambiamenti rispetto alla posizione professionale, al carattere dell’occupazione e alla composizione per età delle persone. Nel corso del 2018 la crescita media annua, inoltre, si è attestata allo 0,9%, con un incremento di oltre 200mila occupati e di 0,6 punti percentuali del tasso di occupazione. Passato al 58,5% rispetto al 57,9% dell’anno precedente.

È quanto emerge dal focus dell’Istat Il mercato del lavoro in Italia nel quinquennio 2013-2018. Che conferma un miglioramenti anche per quanto riguarda la disoccupazione, diminuita del 5,8% in media annua, attestandosi al 10,6%. Ovvero 0,7 punti percentuali in meno rispetto al 2017.

Dal 2013 l’occupazione è aumentata del 4,6%

Nonostante un rafforzamento degli andamenti registrati negli ultimi anni gli effetti positivi si sono distribuiti in misura eterogenea rispetto alla posizione professionale, al carattere e all’età delle persone. Prendendo come riferimento il 2013, l’occupazione è aumentata complessivamente del 4,6%, mentre il tasso di occupazione è cresciuto di 3 punti, portandosi ai livelli più elevati registrati nel 2008, riporta Askanews. Nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione ha mostrato una diminuzione di 1,5 punti percentuali, tornando ai livelli del 2012, ma restando ancora lontano dal minimo storico del 2007 (6,1%).

Il tasso di inattività diminuisce solo di 0,2 punti percentuali

Nel 2018 il tasso di inattività è diminuito in misura contenuta raggiungendo il 34,3%, 0,2 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’anno precedente, e nei cinque anni

è diminuita di 2,3 punti percentuali. La flessione ha riguardato entrambe le componenti di genere, mostrando una maggiore intensità per le donne, sebbene il divario tra uomini e donne rimanga ancora decisamente ampio,  pari a 19 punti percentuali (24,8% il tasso per gli uomini, 43,8% per le donne).

I contratti a termine rappresentano il 13,1% dell’occupazione

Nel periodo 2013-2018, l’aumento dell’occupazione è stato trainato dalla componente dipendente (+7,3%) e in particolare da coloro che hanno una occupazione a termine, che rappresentano oramai il 13,1% dell’occupazione (era il 9,9% nel 2013). Rispetto al 2013, poi, il tasso di occupazione è aumentato in tutte le classi di età, con i 50-64enni che mostrano l’incremento più sostenuto (+7,7 punti percentuali).

Il tasso di disoccupazione ha mostrato variazioni modeste nelle varie età, ma leggermente più ampie per le persone fino ai 34 anni mentre l’inattività, a eccezione dei 15-24enni, ha registrato un calo in tutte le classi con una maggiore intensità per i 50-64enni (-7,5 punti percentuali).

L’Italia che verrà sarà incerta. Il 2019 nelle previsioni degli italiani

Gli italiani ci provano a essere ottimisti, benché la promessa tradita di una ripresa nel 2018 gravi sulle prospettive del 2019. Che si presenta quindi come un anno incerto. E se il potere d’acquisto delle famiglie potrebbe beneficiare dalle attese nuove misure (soprattutto il reddito di cittadinanza) la crescita dei consumi è in calo. Nemmeno le ultime festività hanno fatto gridare al miracolo. Contrariamente al Natale 2017, che fece chiudere l’anno con un boom di vendite, gli ultimi 15 giorni di dicembre hanno fatto registrare per la GDO una sostanziale tenuta, ma solo grazie all’ulteriore crescita del discount.

Parola d’ordine, speranza

Per il 2019 però la prima parola che gli italiani scelgono è “speranza” (19%), anche se nel 2018 la sceglieva il 21%, e nel 2017 il 33%. Una parabola discendente a cui fanno da contraltare parole come “cambiamento” (16%) o “benessere”, passato dal 2% del 2016 al 12% del 2019. Si tratta di alcuni dati de l’Italia che verrà, il sondaggio di fine anno Coop-Nomisma e le previsioni sui consumi del Rapporto Coop redatto dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop, con la collaborazione scientifica di REF Ricerche, il supporto d’analisi di Nielsen, e i contributi originali di Iri Information Resources, GFK, Demos, Nomisma. Pwc, Ufficio Studi Mediobanca.

I giovani più ottimisti

Insomma, seppur sempre meno speranzosi gli italiani continuano a sentire forte il desiderio di miglioramento, e a crederci di più sono gli under 35, contro il 4% degli over 55. Certo, l’Italia rimane un Paese polarizzato. Se un 27% è convinto che nei prossimi 12 mesi l’economia nazionale accelererà, un 19% è invece certo che l’Italia entrerà in recessione. Il vento dell’ottimismo soffia più al Sud e nelle Isole, che si contrappongono a un Nord più scettico. E proprio dalla situazione economica del Paese gli italiani non sanno bene se aspettarsi un 2019 in cui dover fare economia o in cui concedersi qualche soddisfazione.

Nelle previsioni di spesa cibo e smartphone

Se nel 2019 la spesa maggiore sarà dedicata al cibo, la grande maggioranza degli italiani è anche convinta che dovrà pagare di più bollette e utenze, carburante e altri costi di trasporto, servizi sanitari e spese per la salute. Ma per viaggi e smartphone non si accettano rinunce: l’83% degli italiani dichiara di pensare di regalarsi un soggiorno o una visita da qualche parte. Al secondo posto la tecnologia con smartphone (54%), tablet e computer (54%).

Scartate nelle previsioni l’acquisto di una nuova casa (72%), o dell’auto ibrida o elettrica (67%ì), che vengono superate solo dalla chirurgia estetica (91% dei no contro l’8% dei sì).

Smart city: Milano è prima in Italia, e 45a nel mondo

Nella classifica delle città più smart d’Italia Milano continua a mantenere il suo primato, e anche nel 2018 si conferma in prima posizione per il quinto anno consecutivo. E a livello internazionale è al 45° posto. Al secondo posto della classifica italiana si piazza Firenze, e al terzo Bologna, entrambe al top della graduatoria stilata da Fpa nel rapporto annuale ICity Rate 2018. Completano la classifica delle prime 10 smart city italiane Trento, Bergamo, Torino, Venezia, Parma, Pisa e Reggio Emilia. La coda è occupata dalle città del Mezzogiorno, con Agrigento all’ultimo posto.

“Il ruolo del capitale umano è cruciale”

Fpa ha individuato e analizzato 15 dimensioni urbane, in ambito nazionale e internazionale, e 107 indicatori. Tra i quali occupazione, innovazione, trasformazione digitale, inclusione sociale, istruzione, rifiuti, sicurezza, mobilità sostenibile e verde urbano, riporta Ansa.

“Dal rapporto ICity Rate 2018 emerge quanto sia cruciale il ruolo del capitale umano nel determinare il posizionamento complessivo delle città”, afferma Gianni Dominici, direttore generale di Fpa. La sostenibilità, però, è un obiettivo ancora lontano, “anche per quelle più avanzate nello sviluppo della smart city – continua Dominici – che appaiono in difficoltà nella gestione e conservazione della qualità dell’aria e dell’acqua, dei rifiuti e del territorio”.

Milano tra le prime 50 nella classifica internazionale

A livello mondiale New York (1°), Londra (2°) e Parigi (3°) restano le top smart city del mondo. E Milano, che in due anni ha scalato ben 13 posizioni, è al 45° posto. Ma non è l’unica città italiana in classifica. Al 66° posto c’è Roma, al 98° Firenze, poi Torino (106°) e Napoli (119°). Secondo la 5a edizione dello IESE Cities in Motion Index (CIMI), realizzato dal Center for Globalization and Strategy, il capoluogo lombardo spicca soprattutto nell’area mobilità e trasporti (16°), ma ottiene valutazioni positive anche per la coesione sociale, nell’area dell’economia (35°) e sul fronte del respiro internazionale (46°). Da migliorare invece l’aspetto del capitale umano e della governance.

Per essere smart le dimensioni non contano

Da quanto emerge dall’indagine CIMI non è semplice per una città trovare il giusto bilanciamento delle componenti in gioco per diventare smart. Difficile, per esempio, combinare mobilità e ambiente. O potere economico e coesione sociale. Per questo, anche se la nuova edizione dell’indice sembra confermare la predominanza delle metropoli, gli autori indicano come modello le città di medie dimensioni (Amsterdam, Melbourne, Copenaghen). O città anche più piccole (Reykjavik, Wellington), per sottolineare che la grandezza non è condizione essenziale per ottenere buoni risultati.