Tutti gli articoli di Andrea Caselli

La TV locale italiana soffre. Lo conferma il CRTV

I dati confermano: la situazione di sofferenza delle imprese televisive locali si avverte soprattutto sul fronte della raccolta pubblicitaria. Lo Studio Economico del Settore Televisivo Privato Italiano, realizzato dall’Ufficio Studi e Ricerche di Confindustria Radio Televisioni (CRTV), dimostra che in assenza dei benefici statali il comparto televisivo non sarebbe più in grado di sostenersi. La causa è l’inarrestabile contrazione della raccolta pubblicitaria.

“Dal 2008 si è infatti dimezzato il valore dei ricavi totali”, dichiara Maurizio Giunco, presidente dell’Associazione TV locali aderenti a CRTV. Lo Studio documenta inoltre che è in atto una riduzione drastica soprattutto delle imprese più piccole per fallimenti o cessazione di attività.

I numeri di un mercato in flessione

Il mercato televisivo locale genera complessivamente ricavi pari a 324 milioni di euro, in calo di 7,3 milioni (-2,2%). I ricavi pubblicitari ammontano a poco più di 227 milioni di euro (-11,2%), mentre gli altri ricavi, ovvero le attività commerciali collaterali e i contributi statali, sono pari a 96,4 milioni di euro (+28,6%), e rappresentano il 30% dei ricavi totali.

I dati dello Studio sono ricavati dall’esame dei bilanci accessibili a ottobre 2018 dalle Camere di Commercio locali, e sono relativi all’anno 2016. In particolare, sono riferiti a 297 aziende strutturate in società di capitali sparse sul territorio nazionale, aziende il cui numero  diminuisce del 17% rispetto al 2015.

La televisione sopravvive grazie ai contributi statali

Il fenomeno della riduzione del numero delle imprese, riporta askanews, colpisce però anche le aziende più strutturate, che segnano un incremento dei ricavi in conseguenza dell’appostamento in bilancio dei contributi di competenza 2016, derivati dall’applicazione del nuovo Regolamento di cui al DPR 146/2017, e dal conseguente incremento dello stanziamento complessivo raddoppiato rispetto al 2015.

Attraverso una serie di requisiti oggettivi di ammissione, e di criteri per migliorare la qualità dei programmi, il provvedimento tende a scoraggiare la mera occupazione frequenziale per soddisfare interessi di carattere generale.

“Un ruolo imprescindibile di strumento informativo”

Pluralismo dell’informazione, consolidamento e sviluppo dell’occupazione, anche giornalistica, del settore, qualità dei programmi offerti agli utenti, anche attraverso l’utilizzo di tecnologie innovative, sono “elementi essenziali per il raggiungimento degli obbiettivi che l’Associazione TV Locali di Confindustria Radio Televisioni si è prefissata, e costituiscono la base della piattaforma politica dell’Associazione – sottolinea Giunco -. Il fine è quello di ridare slancio al comparto della televisione locale che nell’era della globalizzazione intende ancora essere propositiva, e svolgere quel ruolo imprescindibile di strumento informativo capace di dare voce al proprio territorio, e di essere nuovamente strumento di innovazione e sperimentazione”.

Appartamenti d’alto profilo a Monza

Quando si va in vacanza, la scelta della struttura in cui soggiornare è molto importante per far si che tutti possano vivere una bella esperienza ed avere un bel ricordo. L’hotel non è infatti unicamente il luogo in cui riposare prima di uscire per andare ad esplorare la zona circostante, ma è parte integrante del viaggio soprattutto se è in grado di offrire agli ospiti tutte quelle soluzioni in grado di far percepire loro il benessere che è bello concedersi quando si è in viaggio. Privilege Apartments è una struttura ricettiva a Vimercate, che propone appartamenti a Monza di alto profilo ed in linea con le aspettative di chi si aspetta sempre il massimo dalla struttura in cui soggiornare.

Gli appartamenti di lusso proposti vantano infatti tante soluzioni in grado di far sentire ciascuno a casa propria: dall’angolo cottura con stoviglie alla tv a schermo piatto, dalla scrivania per poter lavorare al comodo balcone con patio, dal Wi-fi  gratuito in camera alla doccia con idromassaggio, ad esempio, ma anche il comodo servizio stireria ed il parcheggio. Privilege Apartments vanta inoltre un parco da oltre 10 mila metri quadrati nel quale è piacevolissimo concedersi una passeggiata immersi nel verde, o fermarsi a leggere un libro e respirare dell’aria pulita.

La vicinanza di questa importante struttura con l’autostrada inoltre, la rende particolarmente adatta per tutti coloro i quali hanno necessità di spostarsi per raggiungere Monza, Bergamo o Milano, che tra l’altro sono facilmente raggiungibili facendo base qui. Sia che si viaggi per motivi personali o di divertimento, sia che il motivo del viaggio sia il proprio lavoro, le soluzioni abitative che Privilege Apartments propone sono in grado di soddisfare le necessità di tutti, offrendo il massimo del comfort e consentendo di potersi dedicare al proprio lavoro o di godere di un benessere e di un relax veramente intenso.

La nuova cyber minaccia attacca le reti energetiche

Della serie non si può mai stare tranquilli. I sistemi informatici sarebbero infatti nuovamente in pericolo di potenti attacchi pirata. Questa volta, però, nel mirino degli hacker ci sarebbero le società energetiche europee. Si chiama infatti GreyEnergy il nuovo malware scoperto dagli esperti  dell’Eset. E’ “una nuova minaccia utilizzata negli ultimi tre anni in attacchi a società energetiche e ad altri obiettivi di alto valore in Ucraina e Polonia” dice il  team di ricerca del produttore di software per cybersicurezza dell’Unione europea. Non sarebbe la prima volta: nel dicembre 2015, ricorda una nota di AdnKronos, un simile attacco ha colpito l’Ucraina, lasciando 230mila persone lasciate senza elettricità e seminando il panico proprio nei giorni di Natale.

Grey Energy, cosa fa e come opera il nuovo malware

La nuova minaccia del crimine informatico, secondo i ricercatori, è in qualche modo collegato al gruppo BlackEnergy. “Probabilmente sta preparando futuri attacchi di cyber sabotaggio” spiegano gli scienziati di Eset che, dal quartiere generale di Bratislava, spiegano “che il nuovo malware è comparso insieme a TeleBots ma a differenza del suo cugino più noto, non opera solo in Ucraina e finora non è stato pericoloso. Grey Energy è strutturato in maniera modulare, quindi le sue funzionalità dipendono dalla particolare combinazione dei moduli caricati dall’operatore nei sistemi della vittima”. Secondo gli esperti, le funzionalità del malware sono state usate per scopi di spionaggio e ricognizione e comprendono backdoor, estrazione di file, acquisizione di schermate, keylogging, password, furto di credenziali, ma non solo. Ma c’è di più: gli analisti di Eset pensano che il software di GreyEnergy sia connesso a Black Energy, che ha lasciato al buio l’Ucraina tre anni fa.

Parentela anche con TeleBots?

Ma Grey Energy sarebbe anche legato a TeleBots, che ha diffuso il  malware NotPetya che cancella il disco e che ha interrotto lo scorso anno transazioni commerciali globali con danni per miliardi di dollari Usa. Grey Energy potrebbe avere come primo obiettivo da colpire le compagnie energetiche europee. Come spiega il ricercatore di Eset Robert Liovsky “potrebbe essere funzionale a nuove azioni potenzialmente molto pericolose”. L’esperto però ci tiene a precisare che il ruolo del team non è quello di “identificare le persone coinvolte e che codificano il malware” quanto quello di “prevenire gli attacchi”.

Smart city: Milano è prima in Italia, e 45a nel mondo

Nella classifica delle città più smart d’Italia Milano continua a mantenere il suo primato, e anche nel 2018 si conferma in prima posizione per il quinto anno consecutivo. E a livello internazionale è al 45° posto. Al secondo posto della classifica italiana si piazza Firenze, e al terzo Bologna, entrambe al top della graduatoria stilata da Fpa nel rapporto annuale ICity Rate 2018. Completano la classifica delle prime 10 smart city italiane Trento, Bergamo, Torino, Venezia, Parma, Pisa e Reggio Emilia. La coda è occupata dalle città del Mezzogiorno, con Agrigento all’ultimo posto.

“Il ruolo del capitale umano è cruciale”

Fpa ha individuato e analizzato 15 dimensioni urbane, in ambito nazionale e internazionale, e 107 indicatori. Tra i quali occupazione, innovazione, trasformazione digitale, inclusione sociale, istruzione, rifiuti, sicurezza, mobilità sostenibile e verde urbano, riporta Ansa.

“Dal rapporto ICity Rate 2018 emerge quanto sia cruciale il ruolo del capitale umano nel determinare il posizionamento complessivo delle città”, afferma Gianni Dominici, direttore generale di Fpa. La sostenibilità, però, è un obiettivo ancora lontano, “anche per quelle più avanzate nello sviluppo della smart city – continua Dominici – che appaiono in difficoltà nella gestione e conservazione della qualità dell’aria e dell’acqua, dei rifiuti e del territorio”.

Milano tra le prime 50 nella classifica internazionale

A livello mondiale New York (1°), Londra (2°) e Parigi (3°) restano le top smart city del mondo. E Milano, che in due anni ha scalato ben 13 posizioni, è al 45° posto. Ma non è l’unica città italiana in classifica. Al 66° posto c’è Roma, al 98° Firenze, poi Torino (106°) e Napoli (119°). Secondo la 5a edizione dello IESE Cities in Motion Index (CIMI), realizzato dal Center for Globalization and Strategy, il capoluogo lombardo spicca soprattutto nell’area mobilità e trasporti (16°), ma ottiene valutazioni positive anche per la coesione sociale, nell’area dell’economia (35°) e sul fronte del respiro internazionale (46°). Da migliorare invece l’aspetto del capitale umano e della governance.

Per essere smart le dimensioni non contano

Da quanto emerge dall’indagine CIMI non è semplice per una città trovare il giusto bilanciamento delle componenti in gioco per diventare smart. Difficile, per esempio, combinare mobilità e ambiente. O potere economico e coesione sociale. Per questo, anche se la nuova edizione dell’indice sembra confermare la predominanza delle metropoli, gli autori indicano come modello le città di medie dimensioni (Amsterdam, Melbourne, Copenaghen). O città anche più piccole (Reykjavik, Wellington), per sottolineare che la grandezza non è condizione essenziale per ottenere buoni risultati.

I robot lavoreranno di più, ma le competenze da creare saranno umane

Come sarà il lavoro del futuro? La Quarta rivoluzione industriale basata sull’automatizzazione, la robotica, gli algoritmi comporterà un’enorme rottura rispetto al passato, con cambiamenti significativi in termini di qualità, mobilità, stabilità del posto di lavoro. Entro il 2025 le macchine svolgeranno più compiti lavorativi di quelli riservati agli umani, che oggi svolgono ancora il 71% delle mansioni. Ma la rapida evoluzione di macchine e algoritmi potrebbe creare 133 milioni di nuovi posti, in sostituzione dei 75 milioni che verranno eliminati da qui al 2022. Un guadagno netto di 58 milioni di posti di lavoro in più, quindi. Che però richiederà grande attenzione da parte del settore pubblico e privato.

Parole chiave: re-skilling e up-skilling

Lo sostiene il World Economic Forum nella ricerca ‘The future of Jobs 2018’, basata sulle domande poste ai vertici delle società di 20 Paesi, tra emergenti e avanzati, attive in 12 settori diversi. La ricerca è stata pubblicata a Tianjin, in Cina, dove il Wef tiene una Davos estiva intitolata Annual Meeting of the New Champions.

In questo scenario le parole chiave, come ripete il World Economic Forum, sono il re-skilling e l’up-skilling, ovvero, la formazione in grado di accelerare le competenze umane non sostituibili dai robot. Dagli analisti e scienziati dei dati agli sviluppatori di software, dall’e-commerce ai social media, i ruoli di punta saranno rappresentati dalle vendite e il marketing, dai manager dell’innovazione e dai servizi di assistenza ai clienti.

Un quadro di ottimismo, ma anche di cautela

Si tratta di un quadro che suggerisce “ottimismo, ma anche cautela”, spiega l’organizzazione ginevrina in un comunicato. In futuro infatti saranno richiesti alle aziende “sforzi coordinati per formulare una strategia complessiva di aumento della forza lavoro”. Una strategia che sia in grado di fronteggiare le sfide poste da una nuova era di cambiamento e innovazione. Le aziende, perciò, dovranno affiancare ai loro piani di automatizzazione strategie complessive di espansione. E dovranno puntare sulle competenze umane.

Un imperativo morale ed economico: investire nel capitale umano

Ma perché le imprese del futuro restino dinamiche, differenziate e competitive in un’era dominata dalle macchine, occorre che investano in capitale umano.

“C’è un imperativo sia morale che economico a farlo – spiega Saadia Zahidi, responsabile del Centre for the New Economy and Society al World Economico Forum – senza un approccio proattivo, le imprese e i lavoratori rischiano di rimetterci rispetto al potenziale della Quarta rivoluzione industriale”.

Non vuoi andare in pensione? C’è il bonus part-time

C’è chi sogna l’agognata pensione, addirittura vorrebbe anticiparla, e c’è chi, invece, proprio non vuole abbandonare il mondo lavorativo nemmeno raggiunti i requisiti e l’età pensionabile. Forse non tutti sanno che è proprio lo Stato a dare la possibilità ai potenziali pensionati di restare al lavoro, rimandando la pensione attraverso alcune misure specifiche. Una di queste è il bonus part-time, dedicato appunto a chi non vuole andare in pensione e vuole continuare ad operare ancora per qualche annetto, anche se con orari ridotti.

Cosa è e come funziona il bonus part time

Questo strumento è stato introdotto dalla Legge di Stabilità del 2016 ed è rivolto a coloro che una volta raggiunta l’età per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi e 20 di contributi) o per quella anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, uno in meno per le donne) decidono di restare a lavoro per un massimo di 3 anni passando però da un orario di lavoro full-time ad uno part-time. Si tratta di una misura, ricorda AdnKronos, che può essere richiesta esclusivamente dai lavoratori del settore privato e non da quelli del pubblico.

Perché dire di sì al part-time

Ovviamente sono chiari i motivi che possono spingere un lavoratore in età pensionabile a dire di sì a un’occupazione part-time. In questo modo è possibile beneficiare di un bonus in busta paga oltre che della piena contribuzione (così da aumentare l’importo della pensione una volta che si smetterà di lavorare).

“Nel dettaglio lo stipendio viene integrato nella misura pari alla contribuzione persa con il passaggio all’orario part-time: quindi alla retribuzione prevista per l’orario ridotto bisogna aggiungere il 33% di quella precedentemente riconosciuta” specifica la nota.

I vantaggi contributivi se si resta

Tra i vantaggi del continuare a lavorare, anche se part-time, rileva anche il fatto che l’INPS accredita i contributi sul 100% della retribuzione, quindi anche l’importo futuro dell’assegno previdenziale ne beneficerà. Insomma, una garanzia non da poco per il futuro, quando si andrà “veramente” in pensione.

Gli orari di lavoro ridotti

Infine, beneficiando del bonus part-time, il dipendente in età pensionabile può ridurre l’orario di lavoro da un minimo del 40% ad un massimo del 60%. Qualunque decisione in merito all’orario, però, dovrà essere presa in pieno accordo con il datore di lavoro.

Silenzio, forse gli smartphone ci ascoltano

La paura di essere registrati mentre si parla al telefono è una sensazione comune perché di fatto, ormai, è possibile che accada. Non a caso, capita di affrontare conversazioni al telefono che si ripresentano sui social sotto forma di post sponsorizzati e inserzioni a tema a. È tutta suggestione?

Lo studio che svela l’arcano

A spiegare il fenomeno ci ha pensato la Northeastern University, prendendo in esame migliaia di app popolari e normalmente scaricate sugli apparecchi mobili. L’obiettivo era capire se alcune di queste registrassero di nascosto l’audio attraverso il microfono per diffonderne i contenuti illecitamente. I ricercatori hanno così analizzato il comportamento di 17 mila app per Android, incluse quelle di Facebook o che inviano informazioni a Facebook.

Per ascoltare e registrare le conversazioni, riporta l’agenzia di stampa Agi, lo smartphone deve ricevere un input, (proprio come quando si parla al microfono e dici “ Siri” o “ Google”). In mancanza di questo segnale, qualsiasi dato raccolto può essere processato solo all’interno del telefono. Per quanto innocuo questo possa sembrare, in realtà qualsiasi app di terze parti presente sui cellulari, tra cui Facebook, ha accesso a questi dati rivelati “involontariamente”. Starà poi a loro decidere se utilizzarli o meno.

Sicurezza (quasi) al 100%

Ne emerge che la sicurezza c’è, sebbene non garantibile al 100%.  Gi studiosi si sono infatti accorti che alcune di queste applicazioni facevano screenshot e registrazioni video delle interazioni dell’utente con le stesse senza averlo ben chiarito nei permessi. Parallelamente alla ricerca, è emerso che alcuni utenti Samsung si sono accorti che il loro telefono inviava di nascosto le foto nel rullino ai loro contatti in rubrica, a causa di un errore ancora da chiarire.

David Choffnes, uno degli autori della ricerca informa: “Non abbiamo visto prove che le conversazioni delle persone fossero segretamente registrate (…)  Le persone non sembrano però capire che ci sono comunque molti altri modi di tracciare la loro vita quotidiana”.
Conclusioni tranquillizzanti

La conclusione dello studio è tutto sommato piuttosto rassicurante: le app del telefono analizzate non ascoltano di nascosto le conversazioni degli utenti, nemmeno fra le tante – ben 9 mila –  che avevano il permesso di accedere alla videocamera e al microfono e quindi potenzialmente di ascoltare i discorsi dei loro proprietari.
Però, meglio stare in guardia
E’ consigliabile comunque prestare attenzione alle autorizzazioni che si concedono quando vengono scaricate le App. accedendo alle sezioni che riguardano le Impostazioni del sistema operativo, dei permessi e del microfono. Qui si potranno verificare le app che ne hanno richiesto l’utilizzo ed eventualmente revocare l’autorizzazione a quelle che non dovrebbero acquisire l’audio in ingresso.

In Italia il mercato dell’industria 4.0 vale 2,4 miliardi

Nel 2017, tra soluzioni IT, componenti tecnologiche abilitanti su asset produttivi tradizionali e servizi collegati, il mercato dei progetti di Industria 4.0 ha raggiunto un valore compreso fra 2,3 e 2,4 miliardi di euro, di cui l’84% realizzato verso imprese italiane e il resto come export. Un mercato in crescita del 30% rispetto allo scorso anno, che in una prospettiva pluriennale, sancisce il quasi raddoppio in soli tre anni. Ma ai progetti 4.0 si somma un indotto di circa 400 milioni di euro in progetti tradizionali di innovazione digitale.

Questi sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, presentata a un convegno nella sede di Assolombarda.

Il mercato delle tecnologie 4.0

L’Industrial IoT si conferma la tecnologia 4.0 più diffusa, con un valore di circa 1,4 miliardi di euro (60% del mercato, +30% sull’anno precedente). A seguire l’Industrial Analytics, con 410 milioni di euro (20% del mercato, +25%), e il Cloud Manufacturing, con 200 milioni di euro, una quota pari al10% del mercato, ma fra le prime per crescita: +35%.

L’8% del mercato è invece rappresentato da soluzioni di Advanced Automation (145 milioni di euro, +20%), mentre l’Advanced Human Machine Interface, pur con un valore complessivo contenuto (circa 30 milioni di euro), è la prima per crescita rispetto allo scorso anno (+50%).

Il 92% delle imprese conosce le misure del Piano Nazionale Industria 4.0

L’impatto del Piano Nazionale Industria 4.0 appare molto positivo: secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0, su un campione di 236 imprese il 92% ne conosce le misure, mentre l’anno scorso la percentuale era dell’84%. La metà del campione dichiara poi di aver già usufruito di forme di iper e superammortamento per il rinnovo dei propri asset, e una su quattro ha intenzione di farlo a breve, riporta Askanews.

“La prossima sfida sarà identificare il giusto percorso per coinvolgere le Pmi”

“Il Piano Nazionale ha svolto finora un eccellente ruolo di acceleratore della trasformazione 4.0, sia diffondendone la conoscenza, sia favorendo fiscalmente gli investimenti privati, ma è verosimile che il suo stimolo non possa proseguire all’infinito – dichiarano Alessandro Perego, Andrea Sianesi e Marco Taisch, responsabili scientifici dell’Osservatorio Industria 4.0 – la prossima grande sfida per consolidare e far crescere ulteriormente il mercato sarà identificare il giusto percorso per coinvolgere le Pmi, che rappresentano il vero cuore della manifattura italiana, nella trasformazione digitale”.

Ecodom ha smaltito più di 760mila tonnellate di elettrodomestici

Sono 765mila tonnellate i vecchi elettrodomestici smaltiti in dieci anni da Ecodom, il Consorzio Italiano Recupero e Riciclaggio Elettrodomestici, da cui sono state recuperate quasi il 90% di materie prime.

In occasione dell’evento per il decennale del consorzio è stato presentato il libro L’era dei Raee – 10 anni di Ecodom (di Marco Gisotti), che mostra i risultati di dieci anni di operatività e illustra il ruolo di Ecodom nella costruzione del primo sistema di gestione rifiuti affidato interamente alla responsabilità dei Produttori dei beni.

668mila tonnellate di materie prime seconde riciclate

Con il totale degli elettrodomestici dismessi in un decennio Ecodom ha riciclato 668mila tonnellate di materie prime seconde, da cui sono state ricavate 460mila tonnellate di ferro, 82mila tonnellate di plastica, 16mila tonnellate di alluminio (pari a un miliardo di lattine), e 15mila tonnellate di rame, pari al rivestimento di 170 Statue della Libertà, riporta Adnkronos.

Il corretto trattamento di questa tipologia di rifiuti ha permesso di risparmiare 880 milioni di kWh di energia elettrica, e di evitare l’emissione in atmosfera di 7 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Proprio come la quantità di CO2 che verrebbe assorbita in un anno da un bosco esteso quanto la Liguria.

“Un modello virtuoso che coniuga efficienza economica ed eccellenza nella tutela ambientale”

“La storia dei primi dieci anni del Consorzio – afferma Maurizio Bernardi, presidente di Ecodom – è fatta non solo di numeri, ma anche di relazioni costanti e proficue con i Produttori, i più importanti player sul mercato italiano, con le istituzioni, con gli attori della filiera, enti locali, aziende di igiene urbana, distributori, fornitori di trasporto e trattamento, e con le associazioni attive nella difesa dell’ambiente e dei consumatori”. E sono proprio queste relazioni che hanno permesso a Ecodom di costruire un modello virtuoso, “in grado di coniugare l’efficienza economica con l’eccellenza nella tutela ambientale”, aggiunge Bernardi.

L’Italia è fanalino di coda in Europa

Ma per il nostro Paese la strada è ancora lunga. Con circa 5 kg per abitante di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (Raee) raccolti ogni anno, l’Italia rimane fanalino di coda in Europa, dove Francia, Regno Unito, Irlanda, Austria e Belgio si posizionano oltre gli 8 kg e Svizzera e Norvegia arrivano addirittura a 15.

Non solo. Il tasso di ritorno dei Raee (cioè il rapporto tra quantità di rifiuti raccolti e quantità di apparecchiature vendute) è molto lontano dal target fissato dalla Comunità Europea, corrispondente al 65% dell’immesso sul mercato per il 2019.

Lo shopping per bambini, un mercato da 3,3 miliardi

miliardi di euro. E nel 2017 cresce dell’1,3% rispetto all’anno precedente. A rivelarlo è Doxa, che ha confrontato i numeri di otto maxi comparti (cinema, libri, TV, giocattoli, videogiochi, cartoleria, parchi e acquari, edicola) calcolando il solo impatto dei consumi kids.

A fronte di una natalità in picchiata, quindi, i consumi delle famiglie per i propri figli restano alti, e “in linea con la progressione del PIL italiano”, osserva Vilma Scarpino, AD Doxa.

Il 14,8% dei libri pubblicati in Italia nel 2017 è rappresentato da titoli per bambini e ragazzi

I libri per bambini e ragazzi registrano il maggiore tasso di crescita tra i comparti analizzati, con un balzo del 7,9% a valore e del 5,5% a copie, per un volume d’affari complessivo di 234 milioni. “Il 14,8% del totale libri pubblicati nel corso del 2017 in Italia è rappresentato da titoli per bambini e ragazzi”, spiega Fabrizio Savorani, senior advisor di DoxaKids. E l’editoria per ragazzi è anche il settore protagonista dell’export italiano sul mercato dei diritti. Un comparto che produce la metà dei diritti venduti dal nostro Paese (+7,7%).

Focus su giochi e videogiochi

Bene anche i giocattoli, che da soli valgono quasi la metà dell’intero mercato kids, per un totale di 1,6 miliardi di spesa (+4,4%). E se nella sola settimana di Natale è stato speso l’11% del totale del budget annuale (+17%), la spesa media annuale di una famiglia per i soli giocattoli ammonta a 154 euro. A cui si aggiunge la stessa cifra per i videogiochi: 148 euro per ogni giocatore under 13. Un comparto di cui il totale investito dalle famiglie nell’ultimo anno è pari a 157 milioni (+4%).

Parchi, TV & edutainment

Nel nostro Paese gli oltre 150 parchi tematici, acquatici, faunistici e naturalistici, e gli oltre 240 parchi avventura, acquari e strutture di edutainment, nel 2017 sono stati visitati da oltre 15 milioni di persone, e hanno generato complessivamente un fatturato di circa 430 milioni (+7,5%).

Per quanto riguarda la TV per ragazzi, oggi sono 18 i canali dedicati ai più giovani tra free e pay, terrestri e satellitari. Insieme raccolgono il 41% degli investimenti pubblicitari delle aziende che scommettono sul target bambini e ragazzi. Ammonta invece a 56 milioni circa il budget dedicato dalle famiglie italiane per i pacchetti kids delle pay TV.