Non vuoi andare in pensione? C’è il bonus part-time

C’è chi sogna l’agognata pensione, addirittura vorrebbe anticiparla, e c’è chi, invece, proprio non vuole abbandonare il mondo lavorativo nemmeno raggiunti i requisiti e l’età pensionabile. Forse non tutti sanno che è proprio lo Stato a dare la possibilità ai potenziali pensionati di restare al lavoro, rimandando la pensione attraverso alcune misure specifiche. Una di queste è il bonus part-time, dedicato appunto a chi non vuole andare in pensione e vuole continuare ad operare ancora per qualche annetto, anche se con orari ridotti.

Cosa è e come funziona il bonus part time

Questo strumento è stato introdotto dalla Legge di Stabilità del 2016 ed è rivolto a coloro che una volta raggiunta l’età per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi e 20 di contributi) o per quella anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, uno in meno per le donne) decidono di restare a lavoro per un massimo di 3 anni passando però da un orario di lavoro full-time ad uno part-time. Si tratta di una misura, ricorda AdnKronos, che può essere richiesta esclusivamente dai lavoratori del settore privato e non da quelli del pubblico.

Perché dire di sì al part-time

Ovviamente sono chiari i motivi che possono spingere un lavoratore in età pensionabile a dire di sì a un’occupazione part-time. In questo modo è possibile beneficiare di un bonus in busta paga oltre che della piena contribuzione (così da aumentare l’importo della pensione una volta che si smetterà di lavorare).

“Nel dettaglio lo stipendio viene integrato nella misura pari alla contribuzione persa con il passaggio all’orario part-time: quindi alla retribuzione prevista per l’orario ridotto bisogna aggiungere il 33% di quella precedentemente riconosciuta” specifica la nota.

I vantaggi contributivi se si resta

Tra i vantaggi del continuare a lavorare, anche se part-time, rileva anche il fatto che l’INPS accredita i contributi sul 100% della retribuzione, quindi anche l’importo futuro dell’assegno previdenziale ne beneficerà. Insomma, una garanzia non da poco per il futuro, quando si andrà “veramente” in pensione.

Gli orari di lavoro ridotti

Infine, beneficiando del bonus part-time, il dipendente in età pensionabile può ridurre l’orario di lavoro da un minimo del 40% ad un massimo del 60%. Qualunque decisione in merito all’orario, però, dovrà essere presa in pieno accordo con il datore di lavoro.

Silenzio, forse gli smartphone ci ascoltano

La paura di essere registrati mentre si parla al telefono è una sensazione comune perché di fatto, ormai, è possibile che accada. Non a caso, capita di affrontare conversazioni al telefono che si ripresentano sui social sotto forma di post sponsorizzati e inserzioni a tema a. È tutta suggestione?

Lo studio che svela l’arcano

A spiegare il fenomeno ci ha pensato la Northeastern University, prendendo in esame migliaia di app popolari e normalmente scaricate sugli apparecchi mobili. L’obiettivo era capire se alcune di queste registrassero di nascosto l’audio attraverso il microfono per diffonderne i contenuti illecitamente. I ricercatori hanno così analizzato il comportamento di 17 mila app per Android, incluse quelle di Facebook o che inviano informazioni a Facebook.

Per ascoltare e registrare le conversazioni, riporta l’agenzia di stampa Agi, lo smartphone deve ricevere un input, (proprio come quando si parla al microfono e dici “ Siri” o “ Google”). In mancanza di questo segnale, qualsiasi dato raccolto può essere processato solo all’interno del telefono. Per quanto innocuo questo possa sembrare, in realtà qualsiasi app di terze parti presente sui cellulari, tra cui Facebook, ha accesso a questi dati rivelati “involontariamente”. Starà poi a loro decidere se utilizzarli o meno.

Sicurezza (quasi) al 100%

Ne emerge che la sicurezza c’è, sebbene non garantibile al 100%.  Gi studiosi si sono infatti accorti che alcune di queste applicazioni facevano screenshot e registrazioni video delle interazioni dell’utente con le stesse senza averlo ben chiarito nei permessi. Parallelamente alla ricerca, è emerso che alcuni utenti Samsung si sono accorti che il loro telefono inviava di nascosto le foto nel rullino ai loro contatti in rubrica, a causa di un errore ancora da chiarire.

David Choffnes, uno degli autori della ricerca informa: “Non abbiamo visto prove che le conversazioni delle persone fossero segretamente registrate (…)  Le persone non sembrano però capire che ci sono comunque molti altri modi di tracciare la loro vita quotidiana”.
Conclusioni tranquillizzanti

La conclusione dello studio è tutto sommato piuttosto rassicurante: le app del telefono analizzate non ascoltano di nascosto le conversazioni degli utenti, nemmeno fra le tante – ben 9 mila –  che avevano il permesso di accedere alla videocamera e al microfono e quindi potenzialmente di ascoltare i discorsi dei loro proprietari.
Però, meglio stare in guardia
E’ consigliabile comunque prestare attenzione alle autorizzazioni che si concedono quando vengono scaricate le App. accedendo alle sezioni che riguardano le Impostazioni del sistema operativo, dei permessi e del microfono. Qui si potranno verificare le app che ne hanno richiesto l’utilizzo ed eventualmente revocare l’autorizzazione a quelle che non dovrebbero acquisire l’audio in ingresso.

In Italia il mercato dell’industria 4.0 vale 2,4 miliardi

Nel 2017, tra soluzioni IT, componenti tecnologiche abilitanti su asset produttivi tradizionali e servizi collegati, il mercato dei progetti di Industria 4.0 ha raggiunto un valore compreso fra 2,3 e 2,4 miliardi di euro, di cui l’84% realizzato verso imprese italiane e il resto come export. Un mercato in crescita del 30% rispetto allo scorso anno, che in una prospettiva pluriennale, sancisce il quasi raddoppio in soli tre anni. Ma ai progetti 4.0 si somma un indotto di circa 400 milioni di euro in progetti tradizionali di innovazione digitale.

Questi sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, presentata a un convegno nella sede di Assolombarda.

Il mercato delle tecnologie 4.0

L’Industrial IoT si conferma la tecnologia 4.0 più diffusa, con un valore di circa 1,4 miliardi di euro (60% del mercato, +30% sull’anno precedente). A seguire l’Industrial Analytics, con 410 milioni di euro (20% del mercato, +25%), e il Cloud Manufacturing, con 200 milioni di euro, una quota pari al10% del mercato, ma fra le prime per crescita: +35%.

L’8% del mercato è invece rappresentato da soluzioni di Advanced Automation (145 milioni di euro, +20%), mentre l’Advanced Human Machine Interface, pur con un valore complessivo contenuto (circa 30 milioni di euro), è la prima per crescita rispetto allo scorso anno (+50%).

Il 92% delle imprese conosce le misure del Piano Nazionale Industria 4.0

L’impatto del Piano Nazionale Industria 4.0 appare molto positivo: secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0, su un campione di 236 imprese il 92% ne conosce le misure, mentre l’anno scorso la percentuale era dell’84%. La metà del campione dichiara poi di aver già usufruito di forme di iper e superammortamento per il rinnovo dei propri asset, e una su quattro ha intenzione di farlo a breve, riporta Askanews.

“La prossima sfida sarà identificare il giusto percorso per coinvolgere le Pmi”

“Il Piano Nazionale ha svolto finora un eccellente ruolo di acceleratore della trasformazione 4.0, sia diffondendone la conoscenza, sia favorendo fiscalmente gli investimenti privati, ma è verosimile che il suo stimolo non possa proseguire all’infinito – dichiarano Alessandro Perego, Andrea Sianesi e Marco Taisch, responsabili scientifici dell’Osservatorio Industria 4.0 – la prossima grande sfida per consolidare e far crescere ulteriormente il mercato sarà identificare il giusto percorso per coinvolgere le Pmi, che rappresentano il vero cuore della manifattura italiana, nella trasformazione digitale”.

Ecodom ha smaltito più di 760mila tonnellate di elettrodomestici

Sono 765mila tonnellate i vecchi elettrodomestici smaltiti in dieci anni da Ecodom, il Consorzio Italiano Recupero e Riciclaggio Elettrodomestici, da cui sono state recuperate quasi il 90% di materie prime.

In occasione dell’evento per il decennale del consorzio è stato presentato il libro L’era dei Raee – 10 anni di Ecodom (di Marco Gisotti), che mostra i risultati di dieci anni di operatività e illustra il ruolo di Ecodom nella costruzione del primo sistema di gestione rifiuti affidato interamente alla responsabilità dei Produttori dei beni.

668mila tonnellate di materie prime seconde riciclate

Con il totale degli elettrodomestici dismessi in un decennio Ecodom ha riciclato 668mila tonnellate di materie prime seconde, da cui sono state ricavate 460mila tonnellate di ferro, 82mila tonnellate di plastica, 16mila tonnellate di alluminio (pari a un miliardo di lattine), e 15mila tonnellate di rame, pari al rivestimento di 170 Statue della Libertà, riporta Adnkronos.

Il corretto trattamento di questa tipologia di rifiuti ha permesso di risparmiare 880 milioni di kWh di energia elettrica, e di evitare l’emissione in atmosfera di 7 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Proprio come la quantità di CO2 che verrebbe assorbita in un anno da un bosco esteso quanto la Liguria.

“Un modello virtuoso che coniuga efficienza economica ed eccellenza nella tutela ambientale”

“La storia dei primi dieci anni del Consorzio – afferma Maurizio Bernardi, presidente di Ecodom – è fatta non solo di numeri, ma anche di relazioni costanti e proficue con i Produttori, i più importanti player sul mercato italiano, con le istituzioni, con gli attori della filiera, enti locali, aziende di igiene urbana, distributori, fornitori di trasporto e trattamento, e con le associazioni attive nella difesa dell’ambiente e dei consumatori”. E sono proprio queste relazioni che hanno permesso a Ecodom di costruire un modello virtuoso, “in grado di coniugare l’efficienza economica con l’eccellenza nella tutela ambientale”, aggiunge Bernardi.

L’Italia è fanalino di coda in Europa

Ma per il nostro Paese la strada è ancora lunga. Con circa 5 kg per abitante di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (Raee) raccolti ogni anno, l’Italia rimane fanalino di coda in Europa, dove Francia, Regno Unito, Irlanda, Austria e Belgio si posizionano oltre gli 8 kg e Svizzera e Norvegia arrivano addirittura a 15.

Non solo. Il tasso di ritorno dei Raee (cioè il rapporto tra quantità di rifiuti raccolti e quantità di apparecchiature vendute) è molto lontano dal target fissato dalla Comunità Europea, corrispondente al 65% dell’immesso sul mercato per il 2019.

Lo shopping per bambini, un mercato da 3,3 miliardi

miliardi di euro. E nel 2017 cresce dell’1,3% rispetto all’anno precedente. A rivelarlo è Doxa, che ha confrontato i numeri di otto maxi comparti (cinema, libri, TV, giocattoli, videogiochi, cartoleria, parchi e acquari, edicola) calcolando il solo impatto dei consumi kids.

A fronte di una natalità in picchiata, quindi, i consumi delle famiglie per i propri figli restano alti, e “in linea con la progressione del PIL italiano”, osserva Vilma Scarpino, AD Doxa.

Il 14,8% dei libri pubblicati in Italia nel 2017 è rappresentato da titoli per bambini e ragazzi

I libri per bambini e ragazzi registrano il maggiore tasso di crescita tra i comparti analizzati, con un balzo del 7,9% a valore e del 5,5% a copie, per un volume d’affari complessivo di 234 milioni. “Il 14,8% del totale libri pubblicati nel corso del 2017 in Italia è rappresentato da titoli per bambini e ragazzi”, spiega Fabrizio Savorani, senior advisor di DoxaKids. E l’editoria per ragazzi è anche il settore protagonista dell’export italiano sul mercato dei diritti. Un comparto che produce la metà dei diritti venduti dal nostro Paese (+7,7%).

Focus su giochi e videogiochi

Bene anche i giocattoli, che da soli valgono quasi la metà dell’intero mercato kids, per un totale di 1,6 miliardi di spesa (+4,4%). E se nella sola settimana di Natale è stato speso l’11% del totale del budget annuale (+17%), la spesa media annuale di una famiglia per i soli giocattoli ammonta a 154 euro. A cui si aggiunge la stessa cifra per i videogiochi: 148 euro per ogni giocatore under 13. Un comparto di cui il totale investito dalle famiglie nell’ultimo anno è pari a 157 milioni (+4%).

Parchi, TV & edutainment

Nel nostro Paese gli oltre 150 parchi tematici, acquatici, faunistici e naturalistici, e gli oltre 240 parchi avventura, acquari e strutture di edutainment, nel 2017 sono stati visitati da oltre 15 milioni di persone, e hanno generato complessivamente un fatturato di circa 430 milioni (+7,5%).

Per quanto riguarda la TV per ragazzi, oggi sono 18 i canali dedicati ai più giovani tra free e pay, terrestri e satellitari. Insieme raccolgono il 41% degli investimenti pubblicitari delle aziende che scommettono sul target bambini e ragazzi. Ammonta invece a 56 milioni circa il budget dedicato dalle famiglie italiane per i pacchetti kids delle pay TV.

Treni, acqua, posta, elettricità: ma quanto ci costate!

Contrordine: se negli ultimi due anni le tariffe pubbliche avevano registrato un seppur lieve segno meno, nel corso del 2017 sono tornate a crescere. Fatta  eccezione dei servizi telefonici (-0,8%) tutte le altre nove voci analizzate dall’Ufficio studi della Cgia sono aumentate.

Dai treni al gas, aumenti significativi

Campioni di aumenti nel corso del 2017 sono i trasporti ferroviari, con un balzo in salita dei prezzi del 7,3%. Segue l’acqua,  l’acqua a +5,3 e i servizi postali a +4,5,  poi l’energia elettrica a +3,8  il gas al +2%. Aumenti più contenuti per i pedaggi, +1%,  i taxi +0,6, i rifiuti +0,5 e i trasporti urbani +0,2. L’inflazione, invece, è salita dell’1,2%.

Non tornano i conti

L’Ufficio studi della Cgia rileva però che gli aumenti non vanno di pari passo con il mutare del costo della vita.  Se il costo della vita tra il 2007 e il 2017 è cresciuto di quasi il 15%, l’acqua ha segnato un +90%, i biglietti ferroviari un +46,4 con i servizi postali a un + 45,4%; mentre rifiuti e pedaggi/parcheggi entrambi del 40%. Nel decennio preso in esame solo i servizi telefonici hanno subito una contrazione di prezzo (-9,9).

Colpa dell’aumento delle materie prime?

“Il rincaro delle materie prime avvenuto nell’ultimo anno, in particolar modo dei prodotti petroliferi, ha riacceso i prezzi di una buona parte delle principali tariffe pubbliche” afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo. Che precisa inoltre che “non va nemmeno dimenticato che il blocco delle tasse locali imposto dal Governo in questi ultimi anni ha spinto molti enti locali a far cassa con le proprie multiutility, attraverso il ritocco all’insù delle tariffe amministrate”. Per quanto riguarda l’acqua, la Cgia spiega che: “E’ vero che gli aumenti che si sono registrati in Italia negli ultimi anni sono stati molto importanti, tuttavia va ricordato che il prezzo medio al metro cubo a Roma, pari a 1,63 dollari, è nettamente inferiore a tutte le tariffe medie applicate nelle principali capitali europee”.

Luce e gas costano 59 euro in più a famiglia

Il segretario Cgia, Renato Mason, ricorda poi “come annunciato dall’Authority per l’energia elettrica e il gas verso la fine del 2017 a partire dall’1 gennaio di quest’anno le bollette di luce e gas sono aumentate rispettivamente del 5,3 e del 5 per cento, provocando un aumento dei costi per una famiglia tipo di 59 euro all’anno”. Anche perché la “liberalizzazione del mercato vincolato sia dell’energia elettrica sia del gas è slittata di un anno. Prevista inizialmente per il prossimo 1 luglio, scatterà, invece, sempre lo stesso giorno, ma del 2019”.

Milano, ogni anno nei fiumi cittadini 2,5 tonnellate di farmaci 

A Milano nei fiumi scorrono tonnellate di farmaci e quintali di droghe.Il verdetto, spaventoso, arriva da uno studio dell’Istituto Mario Negri di Milano finanziato dalla Fondazione Cariplo. Per cinque anni i ricercatori hanno esaminato l’inquinamento di farmaci, droghe, disinfettanti, prodotti chimici per la cura della persona, sostanze perfluorurate e plastificanti, oltre a caffeina e nicotina, nel sistema acquifero della grande città. Ed ecco il verdetto: ogni anno Milano scarica nei corsi d’acqua metropolitani 2,5 tonnellate di farmaci, 1,6 quintali di droghe d’abuso e quasi mezza tonnellata di prodotti chimici per la cura della persona. Nelle zone dei percorsi dei fiumi dell’area milanese – Olona, Seveso e Lambro –  le acque fognarie prodotte dalla città di Milano e quelle delle falde da cui si estraggono le acque potabili sono state analizzate per verificare la presenza di circa 80 sostanze.

Ogni giorno nei fiumi oltre 6 chili di farmaci

Milano scarica ogni giorno nei fiumi circa 6,5 kg di farmaci, 1,3 kg di disinfettanti e di sostanze chimiche utilizzate per la cura della persona, 200 g di sostanze perfluorurate, 600 g di plastificanti e 400 g di droghe di abuso, oltre a circa 13 kg di nicotina e caffeina, rivelano le analisi condotte dai ricercatori. Il che significa circa 2,5 tonnellate all’anno di farmaci, quasi mezza tonnellata di prodotti chimici per la cura della persona, 1,6 quintali di droghe d’abuso. “Parte del carico di inquinanti deriva dai depuratori che ricevono le acque fognarie prodotte dalla città” spiega all’Ansa Sara Castiglioni, che dirige l’Unità di biomarkers ambientali del Mario Negri. “I depuratori contribuiscono a ripulirle prima del loro scarico nell’ambiente ma solo parzialmente; soprattutto i farmaci, le droghe e i prodotti chimici per la cura della persona permangono nelle acque trattate e sono riversati in canali e fiumi con ripercussioni sugli ecosistemi. A ciò si aggiungono anche altre fonti di inquinamento, tra cui gli scarichi diretti delle attività zootecniche ed industriali”.

Rischi per la salute?

Ettore Zuccato, capo laboratorio di Tossicologia Alimentare, sostiene che “la contaminazione dei fiumi impatta sull’ambiente ma anche sull’uomo, dato che l’inquinamento dei fiumi è correlato a quello delle falde acquifere. Fortunatamente al momento il trasporto di inquinanti sembra riguardare più la falda superficiale e meno la profonda, da cui si ottiene l’acqua per il consumo umano e quindi ad oggi la qualità dell’acqua può definirsi buona”. Ecco perché bisognerebbe attivare “gli interventi possibili, tra i quali regolamentare gli scarichi in ambiente, migliorando le capacità di rimozione dei depuratori e controllando gli scarichi diretti, ma anche sensibilizzare i consumatori a una maggior attenzione”.

Occupazione, Italia maglia nera dell’Eurozona

E’ vero che i segnali di una certa ripresa ci sono, per fortuna, ma è altrettanto vero che il tasso d’occupazione in Italia è tra i più bassi dell’Europa. Gli ultimi dati sono il frutto delle tabelle dell’Eurostat, elaborate poi da Adnkronos, che ha messo a confronto gli anni 2006 e 2016. La sintesi dello studio non è esattamente rosea: anche se sta piano piano aumentando la percentuale di persone occupate,  il gap rispetto all’area euro continua a crescere.

Dieci anni a confronto

Nel 2006 il tasso d’occupazione nella fascia 20-64 anni era del 68,9% nei 18 paesi dell’euro e del 62,4% in Italia; dieci anni dopo nell’eurozona si è arrivati al 69,9% mentre in Italia al 61,6%. Il gap è passato da 6,5 punti percentuali a 8,3 punti, cioè 1,8 punti in più. Analizzando i dati negli anni antecedenti la crisi, messo peggio di noi era solo il piccolo paese di Malta. Ora l’isola del Mediterraneo segna un tasso di occupazione del 69,6%. Molto meglio dell’Italia, che si ritrova fanalino di coda di questa brutta classifica. Guardando ai Paesi tradizionalmente più ricchi, i dati sono ancora più stupefacenti: ad esempio in Germania il tasso di occupazione è salito ininterrottamente nei 10 anni presi in esame, “volando” dal 71,1% al 78,6% (+7,5 punti).

L’Italia? In crisi prima della crisi

Anche se, in linea di massima, la crisi ha condizionato il mondo del lavoro in quasi tutti i paesi europei, in Italia la situazione era già traballante in anni non ancora così duri. Infatti l’allontanamento dell’Italia dall’Europa è iniziato prima, quando cioè negli altri paesi il tasso d’occupazione cresceva ancora a livelli sostenuti mentre nel Belpaese c’erano già segnali di rallentamento. “Nel 2007 c’è stato un primo colpo, con il dato dell’Europa che è cresciuto di un punto percentuale (dal 68,9% al 69,9%), mentre in Italia si è registrato un misero +0,3 (dal 62,4% al 62,7%). Così la distanza è aumentata di 0,7 punti arrivando a 7,2 punti” riporta l’analisi dell’AdnKronos.

Per il Belpaese la crisi è stata più pesante

Negli anni della crisi l’Italia ha perso più terreno rispetto al resto dell’Europa. Il fenomeno si è evidenziato in particolare dal 2013, quando il tasso d’occupazione si è ridotto di 0,3 punti in Europa e di 0,8 punti in Italia, portando la distanza a 8 punti percentuali. Anche se dopo la crisi i numeri sono tornati in positivo, da noi le cose – in merito all’occupazione – procedono con maggiore lentezza rispetto al resto dell’eurozona. E il gap si è ulteriormente allargato.

Allarme smog, gli italiani i più preoccupati tra gli europei

Lo smog e i suoi effetti sulla salute sono una delle preoccupazioni degli europei. Così come lo smaltimento sempre più complicato delle materia plastiche. Ma, se i timori sono a livello globale, risultano gli italiani i più “spaventati” in ambito Ue.

Italiani, le istituzioni dovrebbero fare di più

Gli italiani sono tra i cittadini più preoccupati in Ue dall’inquinamento dell’aria che respirano e dall’impatto delle plastiche sull’ambiente. Emerge da un’indagine Eurobarometro resa nota oggi. Gli italiani, tra gli europei, sono anche quelli con meno fiducia nel fatto che le istituzioni facciano abbastanza, sia a livello nazionale sia Ue, per affrontare le principali problematiche ambientali con cui ci si deve confrontare.

La salute la priorità

In base ai dati raccolti da Eurobarometro, risulta che l’86% degli intervistati italiani (una percentuale inferiore solo a quelle registrare a Cipro e Malta) ha manifestato un grande ansia in merito agli effetti sulla salute dell’inquinamento da plastiche e sul suo impatto sull’ambiente in generale. Insieme a ciprioti (69%), spagnoli (68%) e francesi (62%), gli italiani (61%) sono in assoluto gli europei  maggiormente convinti che l’aria che respiriamo sia decisamente peggiorata nell’ultimo decennio.

Poca fiducia nel Governo

Gli italiani sono anche quelli con meno fiducia nel fatto che le istituzioni facciano abbastanza, sia a livello nazionale (dove la quota dei delusi arriva al 76%) sia a livello europeo (71%).  L’accordo sulla necessità di maggiori investimenti da parte dell’Ue sull’ambiente può apparire alto (79% degli intervistati) ma diventa invece basso considerando che solo gli inglesi, con una quota del 78%, si sono collocati alle spalle degli italiani nel ritenere che più risorse finanziarie su progetti Ue per la salvaguardia dell’ambiante possano essere utili.

I livelli di inquinamento nelle città italiane secondo Ispra

Nelle città italiane, in effetti, il livello di inquinamento raggiunge in moltissimi casi livelli preoccupanti. Solo per fare un esempio, al 10 dicembre 2017, il valore limite giornaliero delle polveri sottili è stato oltrepassato in 34 aree urbane, gran parte di queste localizzate nel bacino padano. Nel 2016, il limite annuale per l’NO2 (biossido di azoto) è stato superato in 21 aree urbane, mentre va meglio per il Pm2,5 (25 µg/m³): solo 7 città superano il limite annuale. Questi numeri sono solo alcuni dei dati relativi all’aria, aggiornati al 10 dicembre 2017, contenuti nella XIII edizione del Rapporto Ispra sulla qualità dell’ambiente urbano. L’analisi raccoglie i dati relativi a 119 aree urbane italiane, analizzando diversi parametri tra: fattori sociali ed economici, suolo e territorio, infrastrutture verdi, acque, qualità dell’aria, rifiuti, attività industriali, trasporti e mobilità, esposizione all’inquinamento elettromagnetico ed acustico, azioni e strumenti per la sostenibilità locale.

WhatsApp, i messaggi inviati per errore si cancellano oppure no?

Prima l’annuncio che i messaggi inviati per sbaglio possono essere cancellati per sempre, poi i dubbi sull’effettiva possibilità… Cosa succede, quindi, in casa WhatsApp? Questi i fatti: dopo un annetto in cui erano circolati diversi rumors in merito a questa nuova, importante opzione – l’atteso delete in caso di invio erroneo di messaggi o di cui ci si è pentiti appena premuto il tasto d’invio – il sito WABetaInfo, interamente dedicato a questa applicazione, scrive che l’opportunità è in fase di distribuzione su iPhone, smartphone Android e Windows Phone.

“Eliminare i messaggi per tutti”

Nel sito di WhatsApp appare una pagina in cui si presenta la nuova possibilità, battezzata a scanso di dubbi “Eliminare i messaggi per tutti”. “Permette di eliminare specifici messaggi che hai inviato a un gruppo o a una chat individuale”, si legge, ed è “utile se hai inviato un messaggio alla chat sbagliata o se il messaggio che hai inviato contiene un errore”, riporta ancora.

Come funzionerà?

Per cancellare per sempre qualsiasi tipo di messaggio – sia esso testo, foto o video –  dovrebbe essere sufficiente selezionarlo e toccare il simbolo del cestino, quindi fare un click su “elimina per tutti”. Terminata questa procedura, i destinatari del messaggio saranno avvisati da un alert che riporta: “Questo messaggio è stato eliminato”.

Solo sette minuti per decidere

Stando alle anticipazioni, però, ci sono alcuni limiti. Gli utenti “pentiti” avranno a disposizione solo sette minuti: passati questi 420 secondi, i messaggi non potranno più essere cancellati. Ancora, per funzionare, l’opzione delete richiede l’ultimo aggiornamento dell’applicazione. In ogni caso, WhatsApp non prevede notifiche che avvisano se l’eliminazione è andata a buon fine oppure no.

I primi dubbi sulla piena funzionalità

Già pochi giorni dopo l’annuncio dell’introduzione della funzione, sono arrivati i primi commenti che ne mettono in dubbio l’effettiva efficacia. Stando a quando riporta l’Ansa, infatti, sugli smartphone Android il destinatario può riuscire a leggere un messaggio ricevuto anche se il mittente lo ha nel frattempo cancellato, perché resta visibile tra le notifiche. Per recuperare i messaggi dalle notifiche, ha scoperto e reso pubblico un blogger spagnolo, basta installare – manco a dirlo – una app specifica. In ogni caso, dei messaggi recuperati – che devono essere ricevuti e poi cancellati da chi li ha inviati – in questo modo si riuscirà a leggere solo i primi 100 caratteri. Gli altri saranno persi per sempre, esattamente come si avrebbe voluto. Si aspettano ulteriori sviluppi sulla questione.