Smart city: Milano è prima in Italia, e 45a nel mondo

Nella classifica delle città più smart d’Italia Milano continua a mantenere il suo primato, e anche nel 2018 si conferma in prima posizione per il quinto anno consecutivo. E a livello internazionale è al 45° posto. Al secondo posto della classifica italiana si piazza Firenze, e al terzo Bologna, entrambe al top della graduatoria stilata da Fpa nel rapporto annuale ICity Rate 2018. Completano la classifica delle prime 10 smart city italiane Trento, Bergamo, Torino, Venezia, Parma, Pisa e Reggio Emilia. La coda è occupata dalle città del Mezzogiorno, con Agrigento all’ultimo posto.

“Il ruolo del capitale umano è cruciale”

Fpa ha individuato e analizzato 15 dimensioni urbane, in ambito nazionale e internazionale, e 107 indicatori. Tra i quali occupazione, innovazione, trasformazione digitale, inclusione sociale, istruzione, rifiuti, sicurezza, mobilità sostenibile e verde urbano, riporta Ansa.

“Dal rapporto ICity Rate 2018 emerge quanto sia cruciale il ruolo del capitale umano nel determinare il posizionamento complessivo delle città”, afferma Gianni Dominici, direttore generale di Fpa. La sostenibilità, però, è un obiettivo ancora lontano, “anche per quelle più avanzate nello sviluppo della smart city – continua Dominici – che appaiono in difficoltà nella gestione e conservazione della qualità dell’aria e dell’acqua, dei rifiuti e del territorio”.

Milano tra le prime 50 nella classifica internazionale

A livello mondiale New York (1°), Londra (2°) e Parigi (3°) restano le top smart city del mondo. E Milano, che in due anni ha scalato ben 13 posizioni, è al 45° posto. Ma non è l’unica città italiana in classifica. Al 66° posto c’è Roma, al 98° Firenze, poi Torino (106°) e Napoli (119°). Secondo la 5a edizione dello IESE Cities in Motion Index (CIMI), realizzato dal Center for Globalization and Strategy, il capoluogo lombardo spicca soprattutto nell’area mobilità e trasporti (16°), ma ottiene valutazioni positive anche per la coesione sociale, nell’area dell’economia (35°) e sul fronte del respiro internazionale (46°). Da migliorare invece l’aspetto del capitale umano e della governance.

Per essere smart le dimensioni non contano

Da quanto emerge dall’indagine CIMI non è semplice per una città trovare il giusto bilanciamento delle componenti in gioco per diventare smart. Difficile, per esempio, combinare mobilità e ambiente. O potere economico e coesione sociale. Per questo, anche se la nuova edizione dell’indice sembra confermare la predominanza delle metropoli, gli autori indicano come modello le città di medie dimensioni (Amsterdam, Melbourne, Copenaghen). O città anche più piccole (Reykjavik, Wellington), per sottolineare che la grandezza non è condizione essenziale per ottenere buoni risultati.

I robot lavoreranno di più, ma le competenze da creare saranno umane

Come sarà il lavoro del futuro? La Quarta rivoluzione industriale basata sull’automatizzazione, la robotica, gli algoritmi comporterà un’enorme rottura rispetto al passato, con cambiamenti significativi in termini di qualità, mobilità, stabilità del posto di lavoro. Entro il 2025 le macchine svolgeranno più compiti lavorativi di quelli riservati agli umani, che oggi svolgono ancora il 71% delle mansioni. Ma la rapida evoluzione di macchine e algoritmi potrebbe creare 133 milioni di nuovi posti, in sostituzione dei 75 milioni che verranno eliminati da qui al 2022. Un guadagno netto di 58 milioni di posti di lavoro in più, quindi. Che però richiederà grande attenzione da parte del settore pubblico e privato.

Parole chiave: re-skilling e up-skilling

Lo sostiene il World Economic Forum nella ricerca ‘The future of Jobs 2018’, basata sulle domande poste ai vertici delle società di 20 Paesi, tra emergenti e avanzati, attive in 12 settori diversi. La ricerca è stata pubblicata a Tianjin, in Cina, dove il Wef tiene una Davos estiva intitolata Annual Meeting of the New Champions.

In questo scenario le parole chiave, come ripete il World Economic Forum, sono il re-skilling e l’up-skilling, ovvero, la formazione in grado di accelerare le competenze umane non sostituibili dai robot. Dagli analisti e scienziati dei dati agli sviluppatori di software, dall’e-commerce ai social media, i ruoli di punta saranno rappresentati dalle vendite e il marketing, dai manager dell’innovazione e dai servizi di assistenza ai clienti.

Un quadro di ottimismo, ma anche di cautela

Si tratta di un quadro che suggerisce “ottimismo, ma anche cautela”, spiega l’organizzazione ginevrina in un comunicato. In futuro infatti saranno richiesti alle aziende “sforzi coordinati per formulare una strategia complessiva di aumento della forza lavoro”. Una strategia che sia in grado di fronteggiare le sfide poste da una nuova era di cambiamento e innovazione. Le aziende, perciò, dovranno affiancare ai loro piani di automatizzazione strategie complessive di espansione. E dovranno puntare sulle competenze umane.

Un imperativo morale ed economico: investire nel capitale umano

Ma perché le imprese del futuro restino dinamiche, differenziate e competitive in un’era dominata dalle macchine, occorre che investano in capitale umano.

“C’è un imperativo sia morale che economico a farlo – spiega Saadia Zahidi, responsabile del Centre for the New Economy and Society al World Economico Forum – senza un approccio proattivo, le imprese e i lavoratori rischiano di rimetterci rispetto al potenziale della Quarta rivoluzione industriale”.

Non vuoi andare in pensione? C’è il bonus part-time

C’è chi sogna l’agognata pensione, addirittura vorrebbe anticiparla, e c’è chi, invece, proprio non vuole abbandonare il mondo lavorativo nemmeno raggiunti i requisiti e l’età pensionabile. Forse non tutti sanno che è proprio lo Stato a dare la possibilità ai potenziali pensionati di restare al lavoro, rimandando la pensione attraverso alcune misure specifiche. Una di queste è il bonus part-time, dedicato appunto a chi non vuole andare in pensione e vuole continuare ad operare ancora per qualche annetto, anche se con orari ridotti.

Cosa è e come funziona il bonus part time

Questo strumento è stato introdotto dalla Legge di Stabilità del 2016 ed è rivolto a coloro che una volta raggiunta l’età per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi e 20 di contributi) o per quella anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, uno in meno per le donne) decidono di restare a lavoro per un massimo di 3 anni passando però da un orario di lavoro full-time ad uno part-time. Si tratta di una misura, ricorda AdnKronos, che può essere richiesta esclusivamente dai lavoratori del settore privato e non da quelli del pubblico.

Perché dire di sì al part-time

Ovviamente sono chiari i motivi che possono spingere un lavoratore in età pensionabile a dire di sì a un’occupazione part-time. In questo modo è possibile beneficiare di un bonus in busta paga oltre che della piena contribuzione (così da aumentare l’importo della pensione una volta che si smetterà di lavorare).

“Nel dettaglio lo stipendio viene integrato nella misura pari alla contribuzione persa con il passaggio all’orario part-time: quindi alla retribuzione prevista per l’orario ridotto bisogna aggiungere il 33% di quella precedentemente riconosciuta” specifica la nota.

I vantaggi contributivi se si resta

Tra i vantaggi del continuare a lavorare, anche se part-time, rileva anche il fatto che l’INPS accredita i contributi sul 100% della retribuzione, quindi anche l’importo futuro dell’assegno previdenziale ne beneficerà. Insomma, una garanzia non da poco per il futuro, quando si andrà “veramente” in pensione.

Gli orari di lavoro ridotti

Infine, beneficiando del bonus part-time, il dipendente in età pensionabile può ridurre l’orario di lavoro da un minimo del 40% ad un massimo del 60%. Qualunque decisione in merito all’orario, però, dovrà essere presa in pieno accordo con il datore di lavoro.

Silenzio, forse gli smartphone ci ascoltano

La paura di essere registrati mentre si parla al telefono è una sensazione comune perché di fatto, ormai, è possibile che accada. Non a caso, capita di affrontare conversazioni al telefono che si ripresentano sui social sotto forma di post sponsorizzati e inserzioni a tema a. È tutta suggestione?

Lo studio che svela l’arcano

A spiegare il fenomeno ci ha pensato la Northeastern University, prendendo in esame migliaia di app popolari e normalmente scaricate sugli apparecchi mobili. L’obiettivo era capire se alcune di queste registrassero di nascosto l’audio attraverso il microfono per diffonderne i contenuti illecitamente. I ricercatori hanno così analizzato il comportamento di 17 mila app per Android, incluse quelle di Facebook o che inviano informazioni a Facebook.

Per ascoltare e registrare le conversazioni, riporta l’agenzia di stampa Agi, lo smartphone deve ricevere un input, (proprio come quando si parla al microfono e dici “ Siri” o “ Google”). In mancanza di questo segnale, qualsiasi dato raccolto può essere processato solo all’interno del telefono. Per quanto innocuo questo possa sembrare, in realtà qualsiasi app di terze parti presente sui cellulari, tra cui Facebook, ha accesso a questi dati rivelati “involontariamente”. Starà poi a loro decidere se utilizzarli o meno.

Sicurezza (quasi) al 100%

Ne emerge che la sicurezza c’è, sebbene non garantibile al 100%.  Gi studiosi si sono infatti accorti che alcune di queste applicazioni facevano screenshot e registrazioni video delle interazioni dell’utente con le stesse senza averlo ben chiarito nei permessi. Parallelamente alla ricerca, è emerso che alcuni utenti Samsung si sono accorti che il loro telefono inviava di nascosto le foto nel rullino ai loro contatti in rubrica, a causa di un errore ancora da chiarire.

David Choffnes, uno degli autori della ricerca informa: “Non abbiamo visto prove che le conversazioni delle persone fossero segretamente registrate (…)  Le persone non sembrano però capire che ci sono comunque molti altri modi di tracciare la loro vita quotidiana”.
Conclusioni tranquillizzanti

La conclusione dello studio è tutto sommato piuttosto rassicurante: le app del telefono analizzate non ascoltano di nascosto le conversazioni degli utenti, nemmeno fra le tante – ben 9 mila –  che avevano il permesso di accedere alla videocamera e al microfono e quindi potenzialmente di ascoltare i discorsi dei loro proprietari.
Però, meglio stare in guardia
E’ consigliabile comunque prestare attenzione alle autorizzazioni che si concedono quando vengono scaricate le App. accedendo alle sezioni che riguardano le Impostazioni del sistema operativo, dei permessi e del microfono. Qui si potranno verificare le app che ne hanno richiesto l’utilizzo ed eventualmente revocare l’autorizzazione a quelle che non dovrebbero acquisire l’audio in ingresso.

In Italia il mercato dell’industria 4.0 vale 2,4 miliardi

Nel 2017, tra soluzioni IT, componenti tecnologiche abilitanti su asset produttivi tradizionali e servizi collegati, il mercato dei progetti di Industria 4.0 ha raggiunto un valore compreso fra 2,3 e 2,4 miliardi di euro, di cui l’84% realizzato verso imprese italiane e il resto come export. Un mercato in crescita del 30% rispetto allo scorso anno, che in una prospettiva pluriennale, sancisce il quasi raddoppio in soli tre anni. Ma ai progetti 4.0 si somma un indotto di circa 400 milioni di euro in progetti tradizionali di innovazione digitale.

Questi sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, presentata a un convegno nella sede di Assolombarda.

Il mercato delle tecnologie 4.0

L’Industrial IoT si conferma la tecnologia 4.0 più diffusa, con un valore di circa 1,4 miliardi di euro (60% del mercato, +30% sull’anno precedente). A seguire l’Industrial Analytics, con 410 milioni di euro (20% del mercato, +25%), e il Cloud Manufacturing, con 200 milioni di euro, una quota pari al10% del mercato, ma fra le prime per crescita: +35%.

L’8% del mercato è invece rappresentato da soluzioni di Advanced Automation (145 milioni di euro, +20%), mentre l’Advanced Human Machine Interface, pur con un valore complessivo contenuto (circa 30 milioni di euro), è la prima per crescita rispetto allo scorso anno (+50%).

Il 92% delle imprese conosce le misure del Piano Nazionale Industria 4.0

L’impatto del Piano Nazionale Industria 4.0 appare molto positivo: secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0, su un campione di 236 imprese il 92% ne conosce le misure, mentre l’anno scorso la percentuale era dell’84%. La metà del campione dichiara poi di aver già usufruito di forme di iper e superammortamento per il rinnovo dei propri asset, e una su quattro ha intenzione di farlo a breve, riporta Askanews.

“La prossima sfida sarà identificare il giusto percorso per coinvolgere le Pmi”

“Il Piano Nazionale ha svolto finora un eccellente ruolo di acceleratore della trasformazione 4.0, sia diffondendone la conoscenza, sia favorendo fiscalmente gli investimenti privati, ma è verosimile che il suo stimolo non possa proseguire all’infinito – dichiarano Alessandro Perego, Andrea Sianesi e Marco Taisch, responsabili scientifici dell’Osservatorio Industria 4.0 – la prossima grande sfida per consolidare e far crescere ulteriormente il mercato sarà identificare il giusto percorso per coinvolgere le Pmi, che rappresentano il vero cuore della manifattura italiana, nella trasformazione digitale”.

Ecodom ha smaltito più di 760mila tonnellate di elettrodomestici

Sono 765mila tonnellate i vecchi elettrodomestici smaltiti in dieci anni da Ecodom, il Consorzio Italiano Recupero e Riciclaggio Elettrodomestici, da cui sono state recuperate quasi il 90% di materie prime.

In occasione dell’evento per il decennale del consorzio è stato presentato il libro L’era dei Raee – 10 anni di Ecodom (di Marco Gisotti), che mostra i risultati di dieci anni di operatività e illustra il ruolo di Ecodom nella costruzione del primo sistema di gestione rifiuti affidato interamente alla responsabilità dei Produttori dei beni.

668mila tonnellate di materie prime seconde riciclate

Con il totale degli elettrodomestici dismessi in un decennio Ecodom ha riciclato 668mila tonnellate di materie prime seconde, da cui sono state ricavate 460mila tonnellate di ferro, 82mila tonnellate di plastica, 16mila tonnellate di alluminio (pari a un miliardo di lattine), e 15mila tonnellate di rame, pari al rivestimento di 170 Statue della Libertà, riporta Adnkronos.

Il corretto trattamento di questa tipologia di rifiuti ha permesso di risparmiare 880 milioni di kWh di energia elettrica, e di evitare l’emissione in atmosfera di 7 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Proprio come la quantità di CO2 che verrebbe assorbita in un anno da un bosco esteso quanto la Liguria.

“Un modello virtuoso che coniuga efficienza economica ed eccellenza nella tutela ambientale”

“La storia dei primi dieci anni del Consorzio – afferma Maurizio Bernardi, presidente di Ecodom – è fatta non solo di numeri, ma anche di relazioni costanti e proficue con i Produttori, i più importanti player sul mercato italiano, con le istituzioni, con gli attori della filiera, enti locali, aziende di igiene urbana, distributori, fornitori di trasporto e trattamento, e con le associazioni attive nella difesa dell’ambiente e dei consumatori”. E sono proprio queste relazioni che hanno permesso a Ecodom di costruire un modello virtuoso, “in grado di coniugare l’efficienza economica con l’eccellenza nella tutela ambientale”, aggiunge Bernardi.

L’Italia è fanalino di coda in Europa

Ma per il nostro Paese la strada è ancora lunga. Con circa 5 kg per abitante di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (Raee) raccolti ogni anno, l’Italia rimane fanalino di coda in Europa, dove Francia, Regno Unito, Irlanda, Austria e Belgio si posizionano oltre gli 8 kg e Svizzera e Norvegia arrivano addirittura a 15.

Non solo. Il tasso di ritorno dei Raee (cioè il rapporto tra quantità di rifiuti raccolti e quantità di apparecchiature vendute) è molto lontano dal target fissato dalla Comunità Europea, corrispondente al 65% dell’immesso sul mercato per il 2019.

Lo shopping per bambini, un mercato da 3,3 miliardi

miliardi di euro. E nel 2017 cresce dell’1,3% rispetto all’anno precedente. A rivelarlo è Doxa, che ha confrontato i numeri di otto maxi comparti (cinema, libri, TV, giocattoli, videogiochi, cartoleria, parchi e acquari, edicola) calcolando il solo impatto dei consumi kids.

A fronte di una natalità in picchiata, quindi, i consumi delle famiglie per i propri figli restano alti, e “in linea con la progressione del PIL italiano”, osserva Vilma Scarpino, AD Doxa.

Il 14,8% dei libri pubblicati in Italia nel 2017 è rappresentato da titoli per bambini e ragazzi

I libri per bambini e ragazzi registrano il maggiore tasso di crescita tra i comparti analizzati, con un balzo del 7,9% a valore e del 5,5% a copie, per un volume d’affari complessivo di 234 milioni. “Il 14,8% del totale libri pubblicati nel corso del 2017 in Italia è rappresentato da titoli per bambini e ragazzi”, spiega Fabrizio Savorani, senior advisor di DoxaKids. E l’editoria per ragazzi è anche il settore protagonista dell’export italiano sul mercato dei diritti. Un comparto che produce la metà dei diritti venduti dal nostro Paese (+7,7%).

Focus su giochi e videogiochi

Bene anche i giocattoli, che da soli valgono quasi la metà dell’intero mercato kids, per un totale di 1,6 miliardi di spesa (+4,4%). E se nella sola settimana di Natale è stato speso l’11% del totale del budget annuale (+17%), la spesa media annuale di una famiglia per i soli giocattoli ammonta a 154 euro. A cui si aggiunge la stessa cifra per i videogiochi: 148 euro per ogni giocatore under 13. Un comparto di cui il totale investito dalle famiglie nell’ultimo anno è pari a 157 milioni (+4%).

Parchi, TV & edutainment

Nel nostro Paese gli oltre 150 parchi tematici, acquatici, faunistici e naturalistici, e gli oltre 240 parchi avventura, acquari e strutture di edutainment, nel 2017 sono stati visitati da oltre 15 milioni di persone, e hanno generato complessivamente un fatturato di circa 430 milioni (+7,5%).

Per quanto riguarda la TV per ragazzi, oggi sono 18 i canali dedicati ai più giovani tra free e pay, terrestri e satellitari. Insieme raccolgono il 41% degli investimenti pubblicitari delle aziende che scommettono sul target bambini e ragazzi. Ammonta invece a 56 milioni circa il budget dedicato dalle famiglie italiane per i pacchetti kids delle pay TV.

Treni, acqua, posta, elettricità: ma quanto ci costate!

Contrordine: se negli ultimi due anni le tariffe pubbliche avevano registrato un seppur lieve segno meno, nel corso del 2017 sono tornate a crescere. Fatta  eccezione dei servizi telefonici (-0,8%) tutte le altre nove voci analizzate dall’Ufficio studi della Cgia sono aumentate.

Dai treni al gas, aumenti significativi

Campioni di aumenti nel corso del 2017 sono i trasporti ferroviari, con un balzo in salita dei prezzi del 7,3%. Segue l’acqua,  l’acqua a +5,3 e i servizi postali a +4,5,  poi l’energia elettrica a +3,8  il gas al +2%. Aumenti più contenuti per i pedaggi, +1%,  i taxi +0,6, i rifiuti +0,5 e i trasporti urbani +0,2. L’inflazione, invece, è salita dell’1,2%.

Non tornano i conti

L’Ufficio studi della Cgia rileva però che gli aumenti non vanno di pari passo con il mutare del costo della vita.  Se il costo della vita tra il 2007 e il 2017 è cresciuto di quasi il 15%, l’acqua ha segnato un +90%, i biglietti ferroviari un +46,4 con i servizi postali a un + 45,4%; mentre rifiuti e pedaggi/parcheggi entrambi del 40%. Nel decennio preso in esame solo i servizi telefonici hanno subito una contrazione di prezzo (-9,9).

Colpa dell’aumento delle materie prime?

“Il rincaro delle materie prime avvenuto nell’ultimo anno, in particolar modo dei prodotti petroliferi, ha riacceso i prezzi di una buona parte delle principali tariffe pubbliche” afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo. Che precisa inoltre che “non va nemmeno dimenticato che il blocco delle tasse locali imposto dal Governo in questi ultimi anni ha spinto molti enti locali a far cassa con le proprie multiutility, attraverso il ritocco all’insù delle tariffe amministrate”. Per quanto riguarda l’acqua, la Cgia spiega che: “E’ vero che gli aumenti che si sono registrati in Italia negli ultimi anni sono stati molto importanti, tuttavia va ricordato che il prezzo medio al metro cubo a Roma, pari a 1,63 dollari, è nettamente inferiore a tutte le tariffe medie applicate nelle principali capitali europee”.

Luce e gas costano 59 euro in più a famiglia

Il segretario Cgia, Renato Mason, ricorda poi “come annunciato dall’Authority per l’energia elettrica e il gas verso la fine del 2017 a partire dall’1 gennaio di quest’anno le bollette di luce e gas sono aumentate rispettivamente del 5,3 e del 5 per cento, provocando un aumento dei costi per una famiglia tipo di 59 euro all’anno”. Anche perché la “liberalizzazione del mercato vincolato sia dell’energia elettrica sia del gas è slittata di un anno. Prevista inizialmente per il prossimo 1 luglio, scatterà, invece, sempre lo stesso giorno, ma del 2019”.

Milano, ogni anno nei fiumi cittadini 2,5 tonnellate di farmaci 

A Milano nei fiumi scorrono tonnellate di farmaci e quintali di droghe.Il verdetto, spaventoso, arriva da uno studio dell’Istituto Mario Negri di Milano finanziato dalla Fondazione Cariplo. Per cinque anni i ricercatori hanno esaminato l’inquinamento di farmaci, droghe, disinfettanti, prodotti chimici per la cura della persona, sostanze perfluorurate e plastificanti, oltre a caffeina e nicotina, nel sistema acquifero della grande città. Ed ecco il verdetto: ogni anno Milano scarica nei corsi d’acqua metropolitani 2,5 tonnellate di farmaci, 1,6 quintali di droghe d’abuso e quasi mezza tonnellata di prodotti chimici per la cura della persona. Nelle zone dei percorsi dei fiumi dell’area milanese – Olona, Seveso e Lambro –  le acque fognarie prodotte dalla città di Milano e quelle delle falde da cui si estraggono le acque potabili sono state analizzate per verificare la presenza di circa 80 sostanze.

Ogni giorno nei fiumi oltre 6 chili di farmaci

Milano scarica ogni giorno nei fiumi circa 6,5 kg di farmaci, 1,3 kg di disinfettanti e di sostanze chimiche utilizzate per la cura della persona, 200 g di sostanze perfluorurate, 600 g di plastificanti e 400 g di droghe di abuso, oltre a circa 13 kg di nicotina e caffeina, rivelano le analisi condotte dai ricercatori. Il che significa circa 2,5 tonnellate all’anno di farmaci, quasi mezza tonnellata di prodotti chimici per la cura della persona, 1,6 quintali di droghe d’abuso. “Parte del carico di inquinanti deriva dai depuratori che ricevono le acque fognarie prodotte dalla città” spiega all’Ansa Sara Castiglioni, che dirige l’Unità di biomarkers ambientali del Mario Negri. “I depuratori contribuiscono a ripulirle prima del loro scarico nell’ambiente ma solo parzialmente; soprattutto i farmaci, le droghe e i prodotti chimici per la cura della persona permangono nelle acque trattate e sono riversati in canali e fiumi con ripercussioni sugli ecosistemi. A ciò si aggiungono anche altre fonti di inquinamento, tra cui gli scarichi diretti delle attività zootecniche ed industriali”.

Rischi per la salute?

Ettore Zuccato, capo laboratorio di Tossicologia Alimentare, sostiene che “la contaminazione dei fiumi impatta sull’ambiente ma anche sull’uomo, dato che l’inquinamento dei fiumi è correlato a quello delle falde acquifere. Fortunatamente al momento il trasporto di inquinanti sembra riguardare più la falda superficiale e meno la profonda, da cui si ottiene l’acqua per il consumo umano e quindi ad oggi la qualità dell’acqua può definirsi buona”. Ecco perché bisognerebbe attivare “gli interventi possibili, tra i quali regolamentare gli scarichi in ambiente, migliorando le capacità di rimozione dei depuratori e controllando gli scarichi diretti, ma anche sensibilizzare i consumatori a una maggior attenzione”.

Occupazione, Italia maglia nera dell’Eurozona

E’ vero che i segnali di una certa ripresa ci sono, per fortuna, ma è altrettanto vero che il tasso d’occupazione in Italia è tra i più bassi dell’Europa. Gli ultimi dati sono il frutto delle tabelle dell’Eurostat, elaborate poi da Adnkronos, che ha messo a confronto gli anni 2006 e 2016. La sintesi dello studio non è esattamente rosea: anche se sta piano piano aumentando la percentuale di persone occupate,  il gap rispetto all’area euro continua a crescere.

Dieci anni a confronto

Nel 2006 il tasso d’occupazione nella fascia 20-64 anni era del 68,9% nei 18 paesi dell’euro e del 62,4% in Italia; dieci anni dopo nell’eurozona si è arrivati al 69,9% mentre in Italia al 61,6%. Il gap è passato da 6,5 punti percentuali a 8,3 punti, cioè 1,8 punti in più. Analizzando i dati negli anni antecedenti la crisi, messo peggio di noi era solo il piccolo paese di Malta. Ora l’isola del Mediterraneo segna un tasso di occupazione del 69,6%. Molto meglio dell’Italia, che si ritrova fanalino di coda di questa brutta classifica. Guardando ai Paesi tradizionalmente più ricchi, i dati sono ancora più stupefacenti: ad esempio in Germania il tasso di occupazione è salito ininterrottamente nei 10 anni presi in esame, “volando” dal 71,1% al 78,6% (+7,5 punti).

L’Italia? In crisi prima della crisi

Anche se, in linea di massima, la crisi ha condizionato il mondo del lavoro in quasi tutti i paesi europei, in Italia la situazione era già traballante in anni non ancora così duri. Infatti l’allontanamento dell’Italia dall’Europa è iniziato prima, quando cioè negli altri paesi il tasso d’occupazione cresceva ancora a livelli sostenuti mentre nel Belpaese c’erano già segnali di rallentamento. “Nel 2007 c’è stato un primo colpo, con il dato dell’Europa che è cresciuto di un punto percentuale (dal 68,9% al 69,9%), mentre in Italia si è registrato un misero +0,3 (dal 62,4% al 62,7%). Così la distanza è aumentata di 0,7 punti arrivando a 7,2 punti” riporta l’analisi dell’AdnKronos.

Per il Belpaese la crisi è stata più pesante

Negli anni della crisi l’Italia ha perso più terreno rispetto al resto dell’Europa. Il fenomeno si è evidenziato in particolare dal 2013, quando il tasso d’occupazione si è ridotto di 0,3 punti in Europa e di 0,8 punti in Italia, portando la distanza a 8 punti percentuali. Anche se dopo la crisi i numeri sono tornati in positivo, da noi le cose – in merito all’occupazione – procedono con maggiore lentezza rispetto al resto dell’eurozona. E il gap si è ulteriormente allargato.