13 Mondo IoT sotto assedio, oltre 100 milioni di attacchi nella prima metà del 2019

Sempre più persone e organizzazioni acquistano dispositivi “smart”, interattivi e collegati a Internet, come router o videocamere di sicurezza DVR, ma non tutti pensano alla loro sicurezza dal punto di vista digitale. E i cyberattacchi che prendono di mira i dispositivi Internet of Things sono in continua ascesa. Tanto che gli honeypot di Kaspersky, le reti composte da copie virtuali di vari dispositivi e applicazioni connesse a Internet, nei primi sei mesi del 2019 hanno rilevato 105 milioni di attacchi, provenienti da 276.000 indirizzi IP unici. Un dato sette volte maggiore rispetto a quello registrato nello stesso periodo del 2018, quando sono stati rilevati “solo” 12 milioni di attacchi. Almeno, secondo i dati del report di Kaspersky dal titolo IoT: a malware story, dedicato proprio ai dati derivati dalle attività degli honeypot nel primo semestre del 2019.

I dispositivi-esca che attirano i criminali informatici

Per scoprire come funzionano questi attacchi e come prevenirli gli esperti di Kaspersky hanno creato gli honeypot, dispositivi-esca utilizzati per attirare l’attenzione dei criminali informatici e analizzare le loro attività.

I criminali informatici sono costantemente alla ricerca di opportunità per poter ottenere vantaggi di carattere economico dallo sfruttamento delle vulnerabilità di questi dispositivi. Ad esempio, utilizzando reti composte da smart device infetti per portare avanti attacchi DDoS, o come proxy per altri tipi di azioni malevole.

Mirai, Nyadrop, Gafgyt le famiglie di malwere più usate

Grazie all’analisi dei dati raccolti tramite gli honeypot, è emerso che gli attacchi che colpiscono i dispositivi IoT di solito non sono sofisticati. La famiglia di malware che sta alla base del 39% di questo tipo di attacchi, Mirai, è in grado di utilizzare gli exploit. Questo significa che le botnet possono penetrare attraverso vecchie vulnerabilità non patchate dei dispositivi stessi e prenderne il controllo.

Un’altra tecnica messa in atto è quella dell’attacco “forza bruta”, tramite il quale individuare le password. Si tratta del metodo sfruttato dalla seconda famiglia di malware più diffusa, Nyadrop, rilevato nel 38,57% degli attacchi analizzati. Da un paio d’anni questa famiglia di malware è una delle minacce più attive. Anche la terza botnet più comune per le minacce ai dispositivi intelligenti (Gafgyt), con una percentuale del 2,12% sfrutta gli attacchi di tipo “forza bruta”.

Cina, Brasile ed Egitto le tre maggiori “fonti” di infezione

I ricercatori di Kaspersky sono stati in grado di individuare anche le zone geografiche che nella prima metà del 2019 sono diventate spesso fonti di infezione. La Cina, dove sono avvenuti il 30% degli attacchi totali, il Brasile (19%), e l’Egitto (12%).

Un anno fa, nel primo semestre del 2018, la situazione era diversa: il Brasile era in testa alla classifica con il 28%, la Cina si trovava al secondo posto, con il 14%, e il Giappone al terzo, con l’11%.

Mutui e prestiti: cosa cambia con le nuove politiche della Bce?

Nuovo Quantitative Easing, taglio dei tassi sui depositi presso l’Eurotower, e aumento della durata delle Tltro. Questi alcuni dei punti tracciati dal presidente Mario Draghi relativamente al nuovo programma di politiche monetarie adottato dalla Banca centrale europea.

Ma quali sono i possibili effetti su chi ha già un mutuo e sugli aspiranti mutuatari italiani? Secondo l’analisi di Facile.it e Mutui.it l’annuncio di un nuovo Quantitative Easing per una durata indefinita, insieme alla volontà della Bce di mantenere i tassi ai livelli attuali o più bassi, fino all’avvicinamento dell’obiettivo inflazionistico (2%) è una buona notizia, sia per tutti coloro che hanno già sottoscritto un finanziamento sia per coloro che intendono acquistare casa.

Buone notizie per chi ha già sottoscritto un mutuo, variabile o fisso

 “Chi ha un mutuo variabile potrà continuare a godere delle condizioni estremamente favorevoli del mercato per un periodo ancora più lungo di quanto non ci si aspettasse anche solo qualche giorno fa – spiega Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it . Chi ha un mutuo a tasso fisso, invece, potrebbe approfittare di una nuova finestra per surrogare il proprio finanziamento e ridurre così il peso degli interessi. Guardando ai tassi attuali, chi ha sottoscritto un mutuo a gennaio 2019, surrogandolo oggi potrebbe risparmiare 500 euro l’anno di interessi”.

.. e per gli aspiranti mutuatari

La volontà della Bce di continuare a iniettare denaro nel sistema e adottare una politica espansiva per un lungo periodo di tempo è una buona notizia anche per tutti coloro che stanno valutando l’acquisto di un immobile. Da un lato vi è l’allungamento della durata delle Tltro, che potrebbe aumentare la capacità delle banche aderenti di finanziare l’economia reale, dall’altro il nuovo Quantitative Easing, che potrebbe contribuire ad abbassare il costo di finanziamento per le banche italiane e che, a loro volta, potrebbero scegliere di ridurre gli spread applicati ai nuovi mutui.

Da questo punto di vista, un segnale incoraggiante è arrivato già ieri, dopo l’annuncio della Bce, con lo spread italiano sceso al di sotto dei 140 punti base. Qualora i valori dovessero restare a lungo su livelli così bassi, questo potrebbe generare un effetto virtuoso con conseguenze positive per le tasche dei futuri mutuatari.

I tassi ai minimi potrebbero non essere sufficienti

Se da un lato le misure sono una buona notizia dal lato dell’offerta bisogna considerare che questo ulteriore taglio dei tassi nasce dall’esigenza di rilanciare un’economia europea considerata in difficoltà. Le misure annunciate dalla Bce potrebbero quindi non essere sufficienti a dare un nuovo impulso alla domanda di mutui in Italia.

“In questa prima parte dell’anno i tassi dei mutui sono calati facendo segnare nuovi record storici, eppure, secondo i dati ufficiali, le richieste di finanziamento sono diminuite, continua Cresto -. Un segnale evidente, così come sottolineato dallo stesso Draghi, di come le politiche monetarie della Bce, da sole, non siano sufficienti a rilanciare la domanda, e ora spetta alle politiche fiscali adottate dai singoli Stati stimolare il mercato”.

Cervello e tecnologia, i 5 cambiamenti dell’adattamento digitale

Non c’è dubbio, l’era digitale sta comportando una rivoluzione neurologica, con conseguenze sia positive sia negative sulla nostra vita. Tra infinte informazioni sempre a disposizione, iper connessione, e panico da no-wifi cresce la voglia di disconnettersi, almeno in vacanza. E per qualcuno il vero lusso è stare senza smartphone, riprendere ritmi slow, e praticare il digital detox. Siamo forse saturi di tecnologia? In ogni caso, come specie, ci stiamo adattando, e i cambiamenti in atto nel nostro cervello sono già visibili. In un recente rapporto, gli esperti di Cornerstone OnDemand, hanno identificato 5 cambiamenti ai quali il nostro cervello ha dovuto adattarsi, descrivendo come questi influiscano sui nostri processi di apprendimento nella vita adulta e professionale.

Il cervello è impaziente e meno ritentivo

Abituato all’immediatezza dei social e di Internet, il cervello crea la necessità di sapere tutto subito. L’aspettativa di imparare molto in poco tempo è diventata un trend generale, ma ciò che si apprende rapidamente viene dimenticato con la stessa velocità. Per i nativi digitali, poi, memorizzare anche solo un numero di telefono appare molto vintage. Non hanno più bisogno di ricordare dati, perché c’è Internet, una sorta di “memoria esterna” alla quale noi tutti ci rivolgiamo per ogni genere di informazioni.

In altre parole, la capacità di memorizzare e ricordare è caduta in disuso. Il modo di imparare e trattenere le informazioni è cambiato e, di conseguenza, devono cambiare anche i metodi di formazione.

Imparare a reimparare, ma con più flessibilità

Se c’è un cambiamento che temiamo sul posto di lavoro è l’automazione. Il modo più sicuro per sconfiggere questa paura è scommettere sulle soft skill e sulle competenze sociali, che ci differenziano dalle macchine e che non diventeranno obsolete, come invece può avvenire con le conoscenze tecniche. E se intendiamo la flessibilità come la capacità di adattarsi a nuovi bisogni di apprendimento il segreto sta nell’avere un cervello allenato a essere flessibile, aperto e agile. Così sarà più facile adattarsi al cambiamento e interiorizzare più rapidamente le nuove discipline e i prodotti che ne nasceranno.

Ad esempio, attualmente il focus delle strategie di business è sull’intelligenza artificiale. Ed è facile dedurre che le professioni del futuro saranno in qualche modo correlati a questa disciplina, riporta Ansa.

Sovraccarico e scarsa capacità di concentrazione

Il sovraccarico di informazioni sul nostro cervello riduce la capacità di concentrarsi, e ciò normalmente si traduce in stress da lavoro. La digitalizzazione rende più facile l’accesso alle informazioni, e permette di lavorare ovunque e con qualsiasi dispositivo. Un fatto positivo, certo, purché si sappia capire quando è il momento di disconnettersi.

Preoccuparsi del benessere emotivo dei dipendenti, garantendo il rispetto di valori comuni e un ambiente di lavoro positivo, per le aziende non è quindi solo una sfida, ma anche una necessità.

Lavori 4.0, 18mila richieste a Milano, Monza e Lodi

Tecnici delle vendite, del marketing e della distribuzione commerciale, e quelli in campo informatico, ingegneristico e della produzione, sono i profili 4.0 più richiesti dalle imprese di Milano, Monza Brianza e Lodi a maggio 2019. E rappresentano il 44% delle entrate previste in totale sui territori. Da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Sistema Informativo Excelsior emerge inoltre che i giovani fino a 29 anni sono i preferiti nel settore del legno a Milano, come tecnici amministrativi a Monza Brianza e come operai dell’alimentare a Lodi. Difficili da trovare sono invece gli specialisti in informatica a Milano, i progettisti a Monza Brianza, e i conduttori di mezzi per l’industria a Lodi.

Una economia sempre più smart

In generale, tra dipendenti e collaboratori, i lavori 4.0 rappresentano il 44% dei 40.800 lavori richiesti nei territori. In una economia sempre più smart, sulla base delle professioni collegate al trattamento e all’analisi dell’informazioni, ai nuovi media e ai big data, alla produzione, all’automazione e alla logistica, le richieste di nuovi lavoratori sono in prevalenza concentrate a Milano. Che ne prevede 15 mila, pari al 43,7% sul totale dei 34.500 mila posti previsti dalle imprese nel mese di maggio. A Monza Brianza invece sono oltre 2 mila su 5 mila (43,2%), e a Lodi 540 su 1.210 (44,6%).

I lavori 4.0 a Milano…

A Milano le entrate previste riguardano soprattutto i tecnici delle vendite, del marketing e della distribuzione commerciale (2.780 di cui il 18,9% è rappresentato da giovani e il 34,2% è di difficile reperimento), e di tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione (1.770, con il 30,7% di giovani e il 53,2% difficile da reperire). Superano le mille richieste anche gli operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici, i tecnici amministrativi, finanziari e della gestione della produzione, i conduttori di macchinari mobili e di mezzi di trasporto, e gli operai nelle attività metalmeccaniche. Sono di difficile reperimento anche gli operai specializzati per le industrie tessili, e i giovani sono preferiti come operai dell’industria del legno e della carta e metalmeccanici.

…e a Monza Brianza e Lodi

A Monza Brianza i più richiesti sono i tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, e quelli delle vendite, marketing e distribuzione commerciale, insieme agli operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici. I progettisti e ingegneri sono la categoria di più difficile reperimento, e i giovani sono più richiesti come tecnici amministrativi, finanziari e della gestione della produzione, e come specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche.

A Lodi i più richiesti sono soprattutto operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche, tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione, operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici e conduttori di mezzi di trasporto nell’industria, questi ultimi di difficile reperimento, come gli operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche. Giovani preferiti come operai e conduttori di impianti nell’industria alimentare, chimica e della plastica.

Reddito di cittadinanza, quando arrivano gli arretrati?

Per chi ha fatto domanda per il reddito di cittadinanza entro la fine del mese di marzo i tempi per la ricezione dell’esito si rivelano più lunghi del previsto. Dopo più di due mesi, infatti, c’è ancora chi attende una risposta da parte dell’Inps, il quale a quanto pare per alcune casistiche sta impiegando più tempo per la valutazione dei requisiti. Quindi, mentre ci sono persone che attendono persino l’arrivo della seconda mensilità del reddito di cittadinanza, ce ne sono altre che ancora non sanno se potranno fare affidamento su questa misura a sostegno del reddito. Nonostante abbiano fatto domanda più o meno nello

stesso periodo.

L’esito della domanda dovrebbe essere comunicato dopo 15 giorni dalla richiesta

Una volta inviata la domanda per richiedere il sussidio che integra i redditi più bassi, l’Inps procede con la verifica dei requisiti necessari per il suo ottenimento da parte del richiedente. L’esito dovrebbe essere comunicato tramite sms o email dopo 15 giorni dall’invio. Chi ha presentato l’istanza tra il 6 e il 31 marzo, quindi nella prima fase delle richieste, avrebbe dovuto ottenere un accoglimento o un rigetto della domanda a partire dal 16 di aprile, e l’accredito dell’importo spettante circa una settimana dopo. Non a tutti, però, le cose sono andate così. Per la valutazione di qualche caso particolare l’Inps ha avuto bisogno di tempi più lunghi, tanto che qualche richiedente è ancora in attesa di conoscere l’esito della propria richiesta.

Una norma contenuta nel decreto 4/2019 tutela chi attende una risposta

La buona notizia è che esiste una norma contenuta nel decreto 4/2019 su riforma delle pensioni (Quota 100) e reddito di cittadinanza. Nel testo che disciplina il provvedimento si legge infatti che il diritto a ricevere la somma a sostegno del reddito decorre dal mese successivo a quello in cui ne viene fatta richiesta. Questo significa che, indipendentemente dal tempo che l’Inps impiega nel dare una risposta, coloro che ne hanno fatto domanda, e ovviamente ne soddisfano i requisiti, hanno sempre diritto di ricevere la prima mensilità del reddito di cittadinanza nel mese successivo a quello in cui ne hanno fatto richiesta.

Due mensilità, la prima come arretrato

Di conseguenza, in caso di ritardo considerevole della risposta da parte dell’Inps, l’interessato potrebbe ricevere non una, bensì due mensilità del reddito di cittadinanza: la prima a titolo di arretrato per il mese di aprile, e la seconda che invece corrisponde al mese di maggio. La conferma da parte dell’Inps arriva sulla pagina Facebook dell’Istituto, riporta Adnkronos. Interpellata da Money.it, la rivista di economia e finanza, l’Inps ha confermato che è lecito pensare che coloro che ne hanno fatto domanda entro il 31 marzo, ma non hanno ancora ricevuto risposta, potrebbero ricevere due rate del reddito di cittadinanza, una di aprile e l’altra di maggio.

Ad aprile ancora in calo la fiducia di consumatori e imprese

Per il terzo mese di fila l’indice del clima di fiducia dei consumatori e quello delle imprese è in calo. E ad aprile si registra il livello più basso da agosto 2017. I dati diffusi dall’Istat mostrano infatti una diminuzione della fiducia dei consumatori, che passa da 111,2 punti di marzo a 110,5 punti, mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese passa da 99,1 a 98,7 punti.

Per quanto riguarda i consumatori si registra un deterioramento di tutte le sue componenti. Il clima economico passa da 123,8 a 122,6 punti, quello personale da 106,8 a 105,9 punti, e quello corrente da 107,8 a 106,9. Queste tre componenti registrano le flessioni più marcate, mentre una diminuzione più contenuta si registra per il clima futuro, che da 115,9 punti passa a 115,6 punti.

L’indice di fiducia delle imprese diminuisce in quasi tutti i settori

Quanto alle imprese, l’indice di fiducia diminuisce in quasi tutti i settori, ma con intensità diverse. Nella manifattura la flessione è lieve, con l’indice che passa da 100,8 a 100,6 punti, mentre nei servizi risulta più consistente (da 100,1 a 99,0) e nel commercio al dettaglio è più marcata (da 105,3 a 101,4).

Fanno eccezione le costruzioni, dove l’indice aumenta da 140,3 a 141,2 punti. Nella manifattura l’Istat rileva un peggioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sulla produzione, unitamente a una diminuzione del saldo relativo alle scorte di magazzino. Nelle costruzioni la dinamica positiva dell’indice riflette quindi il miglioramento dei giudizi sul livello degli ordini.

Nei servizi l’Istat segnala un aumento delle attese sugli ordini

Se nei servizi il dato registra un peggioramento dei giudizi sugli ordini e sull’andamento degli affari l’Istat segnala invece un aumento delle attese sugli ordini. Con riferimento al commercio al dettaglio, il marcato calo dell’indice è la sintesi di un’evoluzione negativa sia dei giudizi sulle vendite, il cui saldo torna negativo per la prima volta da giugno 2018, sia delle relative attese. il saldo delle valutazioni sul livello delle giacenze invece diminuisce, riporta Adnkronos.

“Un segnale della debolezza dell’attuale fase ciclica”

Commentando i dati l’Istat registra una conferma della “debolezza dell’attuale fase ciclica, pur lasciando intravedere qualche segnale positivo nei servizi e nelle costruzioni, dove migliorano le aspettative sugli ordini e la domanda”. Nel commercio e nel settore manifatturiero, i dati emessi dall’Istituto delineano invece uno scenario complessivamente incerto, nel quale si registra un calo contenuto dell’indice.

Multe Antitrust, aumentano i casi di vendite piramidali

Nel 2018 l’Autorità Antitrust ha emesso multe per 885 milioni di euro, di cui 820 milioni per la parte concorrenza e 65 milioni di euro per la parte di attività relativa alla tutela dei consumatori. Il bilancio 2018 del Garante, competente sia per la legge 287 del 1990 che per il Codice del Consumo, ammonta quindi a quasi un miliardo di euro di sanzioni. Ed è su quelle relative alla tutela dei consumatori che sta crescendo l’attenzione di Piazza Verdi, in particolare, alle pratiche commerciali scorrette nel settore delle vendite legate a presunti investimenti redditizi. Relativi soprattutto alle cosiddette “vendite piramidali”, annoverate dal Codice del Consumo tra le pratiche commerciali ingannevoli.

Vendite piramidali: pagare una fee di ingresso e reclutare altri consumatori

Attualmente sono all’esame dell’Autorità una decina di casi ancora aperti, segnalati da associazioni e cittadini. Una di queste è stata chiusa da poco con una multa complessiva di 3 milioni e 200.000 euro. Si tratta di Lyoness Italia, che ha usato un sistema di promozione per diffondere fra i consumatori una formula di acquisto di beni con cashback, ovvero con la restituzione di una percentuale del denaro speso presso gli esercenti convenzionati. Il sistema di promozione ha coinvolto decine di migliaia di consumatori ai quali veniva richiesto di pagare una fee di ingresso pari a 2.400 euro per iniziare la “carriera” e accedere al primo livello commissionale. Successivamente, dovevano reclutare altri consumatori, nonché effettuare ulteriori versamenti per progredire nella “carriera”.

Decine di migliaia di consumatori coinvolti

Il conseguimento di elevati livelli di Shopping Points, il meccanismo di remunerazione del piano di compensazione, era in sostanza possibile solo con versamenti di somme di denaro da parte dei consumatori aderenti o da parte dei soggetti da questi ultimi reclutati. Numerose decine di migliaia di consumatori hanno versato le somme di denaro in questione per entrare, partecipare e rimanere nel sistema, e solo pochissimi soggetti sono effettivamente riusciti a conseguire posizioni rilevanti.

Il caso di OneCoin

Il caso di OneCoin legato al boom delle criptomonete, riporta Adnkronos, è invece meno recente, in quanto la maxi-multa del Garante è stata comminata nel 2017, ma è egualmente esplicativo delle problematiche delle vendite piramidali. Anche la diffusione di OneCoin avveniva infatti attraverso un sistema di vendita piramidale, poiché l’acquisto del kit di formazione celava la fee d’ingresso per entrare nel sistema, e convincere altri consumatori della “bontà” del prodotto.

In realtà la criptomoneta OneCoin, di cui non è stato possibile verificare l’esistenza, era il pretesto per un sistema che aveva esclusivamente come obiettivo l’inserimento di altri consumatori.

Machine learning, più sicurezza o più rischi per l’azienda?

Le tecnologie di machine learning, o apprendimento automatico, aiuteranno le aziende a difendersi con maggiore efficacia contro gli attacchi informatici? Secondo 80% dei responsabili IT aziendali, il machine learning, una branca dell’intelligenza artificiale, aiuterà la propria organizzazione a rispondere più rapidamente alle minacce sulla sicurezza. Circa il 70% afferma però che questa tecnologia farà anche incrementare il numero di attacchi, e renderà le minacce più complesse e difficili da rilevare. Si tratta dei risultati di una ricerca di OnePoll, condotta per conto di Eset, che ha coinvolto 900 decision maker IT negli Stati Uniti, Regno Unito e Germania.

Anche i cyber criminali  riconoscono le opportunità di questa tecnologia

Come la maggior parte delle innovazioni, rileva lo studio di Eset, anche l’apprendimento automatico può presentare alcuni svantaggi, e potrebbe essere utilizzata come arma di attacco da parte dei cyber criminali. Questi ultimi riconoscono infatti le opportunità e il valore di questa tecnologia, che se utilizzata in maniera distorta potrebbe creare nuovi ceppi di malware, colpire target specifici ed estrarre dati preziosi, ma anche proteggere l’infrastruttura dei criminali informatici stessi, come le botnet, portando scompiglio e causando danni, anche molto ingenti.

Il 70% degli IT manager pensa il ML renderà le minacce più difficili da rilevare

Questo timore, secondo i dati della ricerca, è condiviso anche dai responsabili IT aziendali: il 66% degli intervistati concorda sul fatto che le nuove tecnologie legate al machine learning  faranno aumentare il numero di attacchi, mentre il 70% ritiene che il machine learning renderà le minacce più complesse e difficili da rilevare.

Secondo le rilevazioni, inoltre, l’82% degli intervistati ha già implementato un prodotto di sicurezza informatica che utilizza il machine learning, mentre per il restante 18%, più della metà (53%) dichiara che le loro aziende stanno pianificando di utilizzare questa tecnologia nei prossimi 3-5 anni. Solo il 23% afferma invece che non è in previsione l’utilizzo di soluzioni di sicurezza basate su machine learning nel prossimo futuro.

Le tecnologie di apprendimento automatico sono già state utilizzate per scopi fraudolenti

Sfortunatamente, sottolinea il report, gli scenari in cui il machine learning viene utilizzato in maniera impropria non sono solo teorici, e alcuni casi riscontrati in the wild, e già analizzati dai ricercatori, dimostrano che le tecnologie basate su machine learning sono già state utilizzate per scopi fraudolenti. È il caso di Emotet, riporta Askanews su fonte Cyber Affairs,

una famiglia di trojan bancari famosa per la sua architettura modulare, le tecniche di persistenza e il sistema di diffusione automatica simile a quello dei vecchi worm. Che utilizzerebbe quindi l’apprendimento automatico per migliorare la propria capacità di colpire vittime specifiche.

Parità, molestie e violenza sessuale: i risultati di una ricerca globale

L’8 marzo si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Internazionale della Donna. E Doxa, in collaborazione con WIN, il network internazionale di società di ricerca indipendenti, ha reso  noti i risultati di un sondaggio mondiale sulla parità dei sessi, le molestie sessuali e le violenze fisiche e psicologiche,

condotto su 30.890 persone di 40 Paesi.

Lo studio punta i riflettori su problemi sociali a oggi ancora lontani dall’essere risolti.  Per quanto riguarda la parità dei sessi, ad esempio, solo il 27% della popolazione mondiale crede che nel proprio Paese uomini e donne siano trattati allo stesso modo. In particolare, il 48% ritiene che gli uomini siano favoriti, contro il 17% che al contrario pensa che siano le donne a “primeggiare”.

Italia al 6° posto per parità di genere

I Paesi in cui si rilevano i livelli più bassi di parità sono Giappone e Marocco (entrambi 8%), India (14%), Chile, Messico e Spagna (15%), e Francia (16%). I Paesi caratterizzati da una maggiore parità tra uomini e donne sono invece appartenenti al Sud-Est asiatico, come Filippine (61%), Thailandia (59%), Indonesia (57%) e Vietnam (48%). L’Italia si trova al 6° posto tra i Paesi più virtuosi, pari alla Corea del Sud, con il 37% del campione che riconosce una parità di genere.

E se è la famiglia l’ambito in cui la parità dei sessi è stata maggiormente riconosciuta (66%) più penalizzato risulta il contesto lavorativo (54%), o politico (45%).

Messico, Irlanda, Australia sul podio per molestie sessuali

Il 16% delle donne fra 18 e 34 anni dichiara di avere subito molestie sessuali nel corso dell’ultimo anno. I dati più preoccupanti si registrano in Messico (43%), Irlanda (32%) e Australia (29%). L’Italia sembra essere tra i Paesi in cui il fenomeno è contenuto, con meno dell’1% sul totale risposte, pari a Libano, Vietnam, Thailandia e Indonesia.

Il dato scende all’8% nella fascia di età compresa fra i 35 e i 54 anni, e al 3% oltre i 54 anni. Tra gli uomini, invece, il 4% degli intervistati a livello mondiale afferma di esserne stato vittima negli ultimi 12 mesi.

Il 15% si dichiara vittima di violenze avvenute nell’ultimo anno

I dati sulla violenza fisica e psicologica che emergono dal sondaggio sono allarmanti. Il 15% della popolazione mondiale dichiara di esserne stato vittima nel corso dell’ultimo anno, con un picco del 20% fra le donne di 18-34 anni. In alcuni Paesi gli atti di violenza subita sono stati riportati addirittura da circa un terzo (e più) degli intervistati: Paraguay (35%), Messico (34%), Cile (31%), Sud Africa (30%) e India (29%). Anche in questo caso, l’Italia con il 2% delle risposte affermative, sembra essere tra i Paesi in cui il fenomeno è più contenuto, insieme a Vietnam (3%), Indonesia (3%), Thailandia (4%) e Corea del Sud (4%).

Lavoro: 200mila occupati in più nel 2018

Negli ultimi cinque anni il mercato del lavoro in Italia ha manifestato una ripresa significativa, associata a profondi cambiamenti rispetto alla posizione professionale, al carattere dell’occupazione e alla composizione per età delle persone. Nel corso del 2018 la crescita media annua, inoltre, si è attestata allo 0,9%, con un incremento di oltre 200mila occupati e di 0,6 punti percentuali del tasso di occupazione. Passato al 58,5% rispetto al 57,9% dell’anno precedente.

È quanto emerge dal focus dell’Istat Il mercato del lavoro in Italia nel quinquennio 2013-2018. Che conferma un miglioramenti anche per quanto riguarda la disoccupazione, diminuita del 5,8% in media annua, attestandosi al 10,6%. Ovvero 0,7 punti percentuali in meno rispetto al 2017.

Dal 2013 l’occupazione è aumentata del 4,6%

Nonostante un rafforzamento degli andamenti registrati negli ultimi anni gli effetti positivi si sono distribuiti in misura eterogenea rispetto alla posizione professionale, al carattere e all’età delle persone. Prendendo come riferimento il 2013, l’occupazione è aumentata complessivamente del 4,6%, mentre il tasso di occupazione è cresciuto di 3 punti, portandosi ai livelli più elevati registrati nel 2008, riporta Askanews. Nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione ha mostrato una diminuzione di 1,5 punti percentuali, tornando ai livelli del 2012, ma restando ancora lontano dal minimo storico del 2007 (6,1%).

Il tasso di inattività diminuisce solo di 0,2 punti percentuali

Nel 2018 il tasso di inattività è diminuito in misura contenuta raggiungendo il 34,3%, 0,2 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’anno precedente, e nei cinque anni

è diminuita di 2,3 punti percentuali. La flessione ha riguardato entrambe le componenti di genere, mostrando una maggiore intensità per le donne, sebbene il divario tra uomini e donne rimanga ancora decisamente ampio,  pari a 19 punti percentuali (24,8% il tasso per gli uomini, 43,8% per le donne).

I contratti a termine rappresentano il 13,1% dell’occupazione

Nel periodo 2013-2018, l’aumento dell’occupazione è stato trainato dalla componente dipendente (+7,3%) e in particolare da coloro che hanno una occupazione a termine, che rappresentano oramai il 13,1% dell’occupazione (era il 9,9% nel 2013). Rispetto al 2013, poi, il tasso di occupazione è aumentato in tutte le classi di età, con i 50-64enni che mostrano l’incremento più sostenuto (+7,7 punti percentuali).

Il tasso di disoccupazione ha mostrato variazioni modeste nelle varie età, ma leggermente più ampie per le persone fino ai 34 anni mentre l’inattività, a eccezione dei 15-24enni, ha registrato un calo in tutte le classi con una maggiore intensità per i 50-64enni (-7,5 punti percentuali).