Machine learning, più sicurezza o più rischi per l’azienda?

Le tecnologie di machine learning, o apprendimento automatico, aiuteranno le aziende a difendersi con maggiore efficacia contro gli attacchi informatici? Secondo 80% dei responsabili IT aziendali, il machine learning, una branca dell’intelligenza artificiale, aiuterà la propria organizzazione a rispondere più rapidamente alle minacce sulla sicurezza. Circa il 70% afferma però che questa tecnologia farà anche incrementare il numero di attacchi, e renderà le minacce più complesse e difficili da rilevare. Si tratta dei risultati di una ricerca di OnePoll, condotta per conto di Eset, che ha coinvolto 900 decision maker IT negli Stati Uniti, Regno Unito e Germania.

Anche i cyber criminali  riconoscono le opportunità di questa tecnologia

Come la maggior parte delle innovazioni, rileva lo studio di Eset, anche l’apprendimento automatico può presentare alcuni svantaggi, e potrebbe essere utilizzata come arma di attacco da parte dei cyber criminali. Questi ultimi riconoscono infatti le opportunità e il valore di questa tecnologia, che se utilizzata in maniera distorta potrebbe creare nuovi ceppi di malware, colpire target specifici ed estrarre dati preziosi, ma anche proteggere l’infrastruttura dei criminali informatici stessi, come le botnet, portando scompiglio e causando danni, anche molto ingenti.

Il 70% degli IT manager pensa il ML renderà le minacce più difficili da rilevare

Questo timore, secondo i dati della ricerca, è condiviso anche dai responsabili IT aziendali: il 66% degli intervistati concorda sul fatto che le nuove tecnologie legate al machine learning  faranno aumentare il numero di attacchi, mentre il 70% ritiene che il machine learning renderà le minacce più complesse e difficili da rilevare.

Secondo le rilevazioni, inoltre, l’82% degli intervistati ha già implementato un prodotto di sicurezza informatica che utilizza il machine learning, mentre per il restante 18%, più della metà (53%) dichiara che le loro aziende stanno pianificando di utilizzare questa tecnologia nei prossimi 3-5 anni. Solo il 23% afferma invece che non è in previsione l’utilizzo di soluzioni di sicurezza basate su machine learning nel prossimo futuro.

Le tecnologie di apprendimento automatico sono già state utilizzate per scopi fraudolenti

Sfortunatamente, sottolinea il report, gli scenari in cui il machine learning viene utilizzato in maniera impropria non sono solo teorici, e alcuni casi riscontrati in the wild, e già analizzati dai ricercatori, dimostrano che le tecnologie basate su machine learning sono già state utilizzate per scopi fraudolenti. È il caso di Emotet, riporta Askanews su fonte Cyber Affairs,

una famiglia di trojan bancari famosa per la sua architettura modulare, le tecniche di persistenza e il sistema di diffusione automatica simile a quello dei vecchi worm. Che utilizzerebbe quindi l’apprendimento automatico per migliorare la propria capacità di colpire vittime specifiche.

Parità, molestie e violenza sessuale: i risultati di una ricerca globale

L’8 marzo si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Internazionale della Donna. E Doxa, in collaborazione con WIN, il network internazionale di società di ricerca indipendenti, ha reso  noti i risultati di un sondaggio mondiale sulla parità dei sessi, le molestie sessuali e le violenze fisiche e psicologiche,

condotto su 30.890 persone di 40 Paesi.

Lo studio punta i riflettori su problemi sociali a oggi ancora lontani dall’essere risolti.  Per quanto riguarda la parità dei sessi, ad esempio, solo il 27% della popolazione mondiale crede che nel proprio Paese uomini e donne siano trattati allo stesso modo. In particolare, il 48% ritiene che gli uomini siano favoriti, contro il 17% che al contrario pensa che siano le donne a “primeggiare”.

Italia al 6° posto per parità di genere

I Paesi in cui si rilevano i livelli più bassi di parità sono Giappone e Marocco (entrambi 8%), India (14%), Chile, Messico e Spagna (15%), e Francia (16%). I Paesi caratterizzati da una maggiore parità tra uomini e donne sono invece appartenenti al Sud-Est asiatico, come Filippine (61%), Thailandia (59%), Indonesia (57%) e Vietnam (48%). L’Italia si trova al 6° posto tra i Paesi più virtuosi, pari alla Corea del Sud, con il 37% del campione che riconosce una parità di genere.

E se è la famiglia l’ambito in cui la parità dei sessi è stata maggiormente riconosciuta (66%) più penalizzato risulta il contesto lavorativo (54%), o politico (45%).

Messico, Irlanda, Australia sul podio per molestie sessuali

Il 16% delle donne fra 18 e 34 anni dichiara di avere subito molestie sessuali nel corso dell’ultimo anno. I dati più preoccupanti si registrano in Messico (43%), Irlanda (32%) e Australia (29%). L’Italia sembra essere tra i Paesi in cui il fenomeno è contenuto, con meno dell’1% sul totale risposte, pari a Libano, Vietnam, Thailandia e Indonesia.

Il dato scende all’8% nella fascia di età compresa fra i 35 e i 54 anni, e al 3% oltre i 54 anni. Tra gli uomini, invece, il 4% degli intervistati a livello mondiale afferma di esserne stato vittima negli ultimi 12 mesi.

Il 15% si dichiara vittima di violenze avvenute nell’ultimo anno

I dati sulla violenza fisica e psicologica che emergono dal sondaggio sono allarmanti. Il 15% della popolazione mondiale dichiara di esserne stato vittima nel corso dell’ultimo anno, con un picco del 20% fra le donne di 18-34 anni. In alcuni Paesi gli atti di violenza subita sono stati riportati addirittura da circa un terzo (e più) degli intervistati: Paraguay (35%), Messico (34%), Cile (31%), Sud Africa (30%) e India (29%). Anche in questo caso, l’Italia con il 2% delle risposte affermative, sembra essere tra i Paesi in cui il fenomeno è più contenuto, insieme a Vietnam (3%), Indonesia (3%), Thailandia (4%) e Corea del Sud (4%).

Lavoro: 200mila occupati in più nel 2018

Negli ultimi cinque anni il mercato del lavoro in Italia ha manifestato una ripresa significativa, associata a profondi cambiamenti rispetto alla posizione professionale, al carattere dell’occupazione e alla composizione per età delle persone. Nel corso del 2018 la crescita media annua, inoltre, si è attestata allo 0,9%, con un incremento di oltre 200mila occupati e di 0,6 punti percentuali del tasso di occupazione. Passato al 58,5% rispetto al 57,9% dell’anno precedente.

È quanto emerge dal focus dell’Istat Il mercato del lavoro in Italia nel quinquennio 2013-2018. Che conferma un miglioramenti anche per quanto riguarda la disoccupazione, diminuita del 5,8% in media annua, attestandosi al 10,6%. Ovvero 0,7 punti percentuali in meno rispetto al 2017.

Dal 2013 l’occupazione è aumentata del 4,6%

Nonostante un rafforzamento degli andamenti registrati negli ultimi anni gli effetti positivi si sono distribuiti in misura eterogenea rispetto alla posizione professionale, al carattere e all’età delle persone. Prendendo come riferimento il 2013, l’occupazione è aumentata complessivamente del 4,6%, mentre il tasso di occupazione è cresciuto di 3 punti, portandosi ai livelli più elevati registrati nel 2008, riporta Askanews. Nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione ha mostrato una diminuzione di 1,5 punti percentuali, tornando ai livelli del 2012, ma restando ancora lontano dal minimo storico del 2007 (6,1%).

Il tasso di inattività diminuisce solo di 0,2 punti percentuali

Nel 2018 il tasso di inattività è diminuito in misura contenuta raggiungendo il 34,3%, 0,2 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’anno precedente, e nei cinque anni

è diminuita di 2,3 punti percentuali. La flessione ha riguardato entrambe le componenti di genere, mostrando una maggiore intensità per le donne, sebbene il divario tra uomini e donne rimanga ancora decisamente ampio,  pari a 19 punti percentuali (24,8% il tasso per gli uomini, 43,8% per le donne).

I contratti a termine rappresentano il 13,1% dell’occupazione

Nel periodo 2013-2018, l’aumento dell’occupazione è stato trainato dalla componente dipendente (+7,3%) e in particolare da coloro che hanno una occupazione a termine, che rappresentano oramai il 13,1% dell’occupazione (era il 9,9% nel 2013). Rispetto al 2013, poi, il tasso di occupazione è aumentato in tutte le classi di età, con i 50-64enni che mostrano l’incremento più sostenuto (+7,7 punti percentuali).

Il tasso di disoccupazione ha mostrato variazioni modeste nelle varie età, ma leggermente più ampie per le persone fino ai 34 anni mentre l’inattività, a eccezione dei 15-24enni, ha registrato un calo in tutte le classi con una maggiore intensità per i 50-64enni (-7,5 punti percentuali).

L’Italia che verrà sarà incerta. Il 2019 nelle previsioni degli italiani

Gli italiani ci provano a essere ottimisti, benché la promessa tradita di una ripresa nel 2018 gravi sulle prospettive del 2019. Che si presenta quindi come un anno incerto. E se il potere d’acquisto delle famiglie potrebbe beneficiare dalle attese nuove misure (soprattutto il reddito di cittadinanza) la crescita dei consumi è in calo. Nemmeno le ultime festività hanno fatto gridare al miracolo. Contrariamente al Natale 2017, che fece chiudere l’anno con un boom di vendite, gli ultimi 15 giorni di dicembre hanno fatto registrare per la GDO una sostanziale tenuta, ma solo grazie all’ulteriore crescita del discount.

Parola d’ordine, speranza

Per il 2019 però la prima parola che gli italiani scelgono è “speranza” (19%), anche se nel 2018 la sceglieva il 21%, e nel 2017 il 33%. Una parabola discendente a cui fanno da contraltare parole come “cambiamento” (16%) o “benessere”, passato dal 2% del 2016 al 12% del 2019. Si tratta di alcuni dati de l’Italia che verrà, il sondaggio di fine anno Coop-Nomisma e le previsioni sui consumi del Rapporto Coop redatto dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop, con la collaborazione scientifica di REF Ricerche, il supporto d’analisi di Nielsen, e i contributi originali di Iri Information Resources, GFK, Demos, Nomisma. Pwc, Ufficio Studi Mediobanca.

I giovani più ottimisti

Insomma, seppur sempre meno speranzosi gli italiani continuano a sentire forte il desiderio di miglioramento, e a crederci di più sono gli under 35, contro il 4% degli over 55. Certo, l’Italia rimane un Paese polarizzato. Se un 27% è convinto che nei prossimi 12 mesi l’economia nazionale accelererà, un 19% è invece certo che l’Italia entrerà in recessione. Il vento dell’ottimismo soffia più al Sud e nelle Isole, che si contrappongono a un Nord più scettico. E proprio dalla situazione economica del Paese gli italiani non sanno bene se aspettarsi un 2019 in cui dover fare economia o in cui concedersi qualche soddisfazione.

Nelle previsioni di spesa cibo e smartphone

Se nel 2019 la spesa maggiore sarà dedicata al cibo, la grande maggioranza degli italiani è anche convinta che dovrà pagare di più bollette e utenze, carburante e altri costi di trasporto, servizi sanitari e spese per la salute. Ma per viaggi e smartphone non si accettano rinunce: l’83% degli italiani dichiara di pensare di regalarsi un soggiorno o una visita da qualche parte. Al secondo posto la tecnologia con smartphone (54%), tablet e computer (54%).

Scartate nelle previsioni l’acquisto di una nuova casa (72%), o dell’auto ibrida o elettrica (67%ì), che vengono superate solo dalla chirurgia estetica (91% dei no contro l’8% dei sì).

La TV locale italiana soffre. Lo conferma il CRTV

I dati confermano: la situazione di sofferenza delle imprese televisive locali si avverte soprattutto sul fronte della raccolta pubblicitaria. Lo Studio Economico del Settore Televisivo Privato Italiano, realizzato dall’Ufficio Studi e Ricerche di Confindustria Radio Televisioni (CRTV), dimostra che in assenza dei benefici statali il comparto televisivo non sarebbe più in grado di sostenersi. La causa è l’inarrestabile contrazione della raccolta pubblicitaria.

“Dal 2008 si è infatti dimezzato il valore dei ricavi totali”, dichiara Maurizio Giunco, presidente dell’Associazione TV locali aderenti a CRTV. Lo Studio documenta inoltre che è in atto una riduzione drastica soprattutto delle imprese più piccole per fallimenti o cessazione di attività.

I numeri di un mercato in flessione

Il mercato televisivo locale genera complessivamente ricavi pari a 324 milioni di euro, in calo di 7,3 milioni (-2,2%). I ricavi pubblicitari ammontano a poco più di 227 milioni di euro (-11,2%), mentre gli altri ricavi, ovvero le attività commerciali collaterali e i contributi statali, sono pari a 96,4 milioni di euro (+28,6%), e rappresentano il 30% dei ricavi totali.

I dati dello Studio sono ricavati dall’esame dei bilanci accessibili a ottobre 2018 dalle Camere di Commercio locali, e sono relativi all’anno 2016. In particolare, sono riferiti a 297 aziende strutturate in società di capitali sparse sul territorio nazionale, aziende il cui numero  diminuisce del 17% rispetto al 2015.

La televisione sopravvive grazie ai contributi statali

Il fenomeno della riduzione del numero delle imprese, riporta askanews, colpisce però anche le aziende più strutturate, che segnano un incremento dei ricavi in conseguenza dell’appostamento in bilancio dei contributi di competenza 2016, derivati dall’applicazione del nuovo Regolamento di cui al DPR 146/2017, e dal conseguente incremento dello stanziamento complessivo raddoppiato rispetto al 2015.

Attraverso una serie di requisiti oggettivi di ammissione, e di criteri per migliorare la qualità dei programmi, il provvedimento tende a scoraggiare la mera occupazione frequenziale per soddisfare interessi di carattere generale.

“Un ruolo imprescindibile di strumento informativo”

Pluralismo dell’informazione, consolidamento e sviluppo dell’occupazione, anche giornalistica, del settore, qualità dei programmi offerti agli utenti, anche attraverso l’utilizzo di tecnologie innovative, sono “elementi essenziali per il raggiungimento degli obbiettivi che l’Associazione TV Locali di Confindustria Radio Televisioni si è prefissata, e costituiscono la base della piattaforma politica dell’Associazione – sottolinea Giunco -. Il fine è quello di ridare slancio al comparto della televisione locale che nell’era della globalizzazione intende ancora essere propositiva, e svolgere quel ruolo imprescindibile di strumento informativo capace di dare voce al proprio territorio, e di essere nuovamente strumento di innovazione e sperimentazione”.

Appartamenti d’alto profilo a Monza

Quando si va in vacanza, la scelta della struttura in cui soggiornare è molto importante per far si che tutti possano vivere una bella esperienza ed avere un bel ricordo. L’hotel non è infatti unicamente il luogo in cui riposare prima di uscire per andare ad esplorare la zona circostante, ma è parte integrante del viaggio soprattutto se è in grado di offrire agli ospiti tutte quelle soluzioni in grado di far percepire loro il benessere che è bello concedersi quando si è in viaggio. Privilege Apartments è una struttura ricettiva a Vimercate, che propone appartamenti a Monza di alto profilo ed in linea con le aspettative di chi si aspetta sempre il massimo dalla struttura in cui soggiornare.

Gli appartamenti di lusso proposti vantano infatti tante soluzioni in grado di far sentire ciascuno a casa propria: dall’angolo cottura con stoviglie alla tv a schermo piatto, dalla scrivania per poter lavorare al comodo balcone con patio, dal Wi-fi  gratuito in camera alla doccia con idromassaggio, ad esempio, ma anche il comodo servizio stireria ed il parcheggio. Privilege Apartments vanta inoltre un parco da oltre 10 mila metri quadrati nel quale è piacevolissimo concedersi una passeggiata immersi nel verde, o fermarsi a leggere un libro e respirare dell’aria pulita.

La vicinanza di questa importante struttura con l’autostrada inoltre, la rende particolarmente adatta per tutti coloro i quali hanno necessità di spostarsi per raggiungere Monza, Bergamo o Milano, che tra l’altro sono facilmente raggiungibili facendo base qui. Sia che si viaggi per motivi personali o di divertimento, sia che il motivo del viaggio sia il proprio lavoro, le soluzioni abitative che Privilege Apartments propone sono in grado di soddisfare le necessità di tutti, offrendo il massimo del comfort e consentendo di potersi dedicare al proprio lavoro o di godere di un benessere e di un relax veramente intenso.

La nuova cyber minaccia attacca le reti energetiche

Della serie non si può mai stare tranquilli. I sistemi informatici sarebbero infatti nuovamente in pericolo di potenti attacchi pirata. Questa volta, però, nel mirino degli hacker ci sarebbero le società energetiche europee. Si chiama infatti GreyEnergy il nuovo malware scoperto dagli esperti  dell’Eset. E’ “una nuova minaccia utilizzata negli ultimi tre anni in attacchi a società energetiche e ad altri obiettivi di alto valore in Ucraina e Polonia” dice il  team di ricerca del produttore di software per cybersicurezza dell’Unione europea. Non sarebbe la prima volta: nel dicembre 2015, ricorda una nota di AdnKronos, un simile attacco ha colpito l’Ucraina, lasciando 230mila persone lasciate senza elettricità e seminando il panico proprio nei giorni di Natale.

Grey Energy, cosa fa e come opera il nuovo malware

La nuova minaccia del crimine informatico, secondo i ricercatori, è in qualche modo collegato al gruppo BlackEnergy. “Probabilmente sta preparando futuri attacchi di cyber sabotaggio” spiegano gli scienziati di Eset che, dal quartiere generale di Bratislava, spiegano “che il nuovo malware è comparso insieme a TeleBots ma a differenza del suo cugino più noto, non opera solo in Ucraina e finora non è stato pericoloso. Grey Energy è strutturato in maniera modulare, quindi le sue funzionalità dipendono dalla particolare combinazione dei moduli caricati dall’operatore nei sistemi della vittima”. Secondo gli esperti, le funzionalità del malware sono state usate per scopi di spionaggio e ricognizione e comprendono backdoor, estrazione di file, acquisizione di schermate, keylogging, password, furto di credenziali, ma non solo. Ma c’è di più: gli analisti di Eset pensano che il software di GreyEnergy sia connesso a Black Energy, che ha lasciato al buio l’Ucraina tre anni fa.

Parentela anche con TeleBots?

Ma Grey Energy sarebbe anche legato a TeleBots, che ha diffuso il  malware NotPetya che cancella il disco e che ha interrotto lo scorso anno transazioni commerciali globali con danni per miliardi di dollari Usa. Grey Energy potrebbe avere come primo obiettivo da colpire le compagnie energetiche europee. Come spiega il ricercatore di Eset Robert Liovsky “potrebbe essere funzionale a nuove azioni potenzialmente molto pericolose”. L’esperto però ci tiene a precisare che il ruolo del team non è quello di “identificare le persone coinvolte e che codificano il malware” quanto quello di “prevenire gli attacchi”.

Smart city: Milano è prima in Italia, e 45a nel mondo

Nella classifica delle città più smart d’Italia Milano continua a mantenere il suo primato, e anche nel 2018 si conferma in prima posizione per il quinto anno consecutivo. E a livello internazionale è al 45° posto. Al secondo posto della classifica italiana si piazza Firenze, e al terzo Bologna, entrambe al top della graduatoria stilata da Fpa nel rapporto annuale ICity Rate 2018. Completano la classifica delle prime 10 smart city italiane Trento, Bergamo, Torino, Venezia, Parma, Pisa e Reggio Emilia. La coda è occupata dalle città del Mezzogiorno, con Agrigento all’ultimo posto.

“Il ruolo del capitale umano è cruciale”

Fpa ha individuato e analizzato 15 dimensioni urbane, in ambito nazionale e internazionale, e 107 indicatori. Tra i quali occupazione, innovazione, trasformazione digitale, inclusione sociale, istruzione, rifiuti, sicurezza, mobilità sostenibile e verde urbano, riporta Ansa.

“Dal rapporto ICity Rate 2018 emerge quanto sia cruciale il ruolo del capitale umano nel determinare il posizionamento complessivo delle città”, afferma Gianni Dominici, direttore generale di Fpa. La sostenibilità, però, è un obiettivo ancora lontano, “anche per quelle più avanzate nello sviluppo della smart city – continua Dominici – che appaiono in difficoltà nella gestione e conservazione della qualità dell’aria e dell’acqua, dei rifiuti e del territorio”.

Milano tra le prime 50 nella classifica internazionale

A livello mondiale New York (1°), Londra (2°) e Parigi (3°) restano le top smart city del mondo. E Milano, che in due anni ha scalato ben 13 posizioni, è al 45° posto. Ma non è l’unica città italiana in classifica. Al 66° posto c’è Roma, al 98° Firenze, poi Torino (106°) e Napoli (119°). Secondo la 5a edizione dello IESE Cities in Motion Index (CIMI), realizzato dal Center for Globalization and Strategy, il capoluogo lombardo spicca soprattutto nell’area mobilità e trasporti (16°), ma ottiene valutazioni positive anche per la coesione sociale, nell’area dell’economia (35°) e sul fronte del respiro internazionale (46°). Da migliorare invece l’aspetto del capitale umano e della governance.

Per essere smart le dimensioni non contano

Da quanto emerge dall’indagine CIMI non è semplice per una città trovare il giusto bilanciamento delle componenti in gioco per diventare smart. Difficile, per esempio, combinare mobilità e ambiente. O potere economico e coesione sociale. Per questo, anche se la nuova edizione dell’indice sembra confermare la predominanza delle metropoli, gli autori indicano come modello le città di medie dimensioni (Amsterdam, Melbourne, Copenaghen). O città anche più piccole (Reykjavik, Wellington), per sottolineare che la grandezza non è condizione essenziale per ottenere buoni risultati.

I robot lavoreranno di più, ma le competenze da creare saranno umane

Come sarà il lavoro del futuro? La Quarta rivoluzione industriale basata sull’automatizzazione, la robotica, gli algoritmi comporterà un’enorme rottura rispetto al passato, con cambiamenti significativi in termini di qualità, mobilità, stabilità del posto di lavoro. Entro il 2025 le macchine svolgeranno più compiti lavorativi di quelli riservati agli umani, che oggi svolgono ancora il 71% delle mansioni. Ma la rapida evoluzione di macchine e algoritmi potrebbe creare 133 milioni di nuovi posti, in sostituzione dei 75 milioni che verranno eliminati da qui al 2022. Un guadagno netto di 58 milioni di posti di lavoro in più, quindi. Che però richiederà grande attenzione da parte del settore pubblico e privato.

Parole chiave: re-skilling e up-skilling

Lo sostiene il World Economic Forum nella ricerca ‘The future of Jobs 2018’, basata sulle domande poste ai vertici delle società di 20 Paesi, tra emergenti e avanzati, attive in 12 settori diversi. La ricerca è stata pubblicata a Tianjin, in Cina, dove il Wef tiene una Davos estiva intitolata Annual Meeting of the New Champions.

In questo scenario le parole chiave, come ripete il World Economic Forum, sono il re-skilling e l’up-skilling, ovvero, la formazione in grado di accelerare le competenze umane non sostituibili dai robot. Dagli analisti e scienziati dei dati agli sviluppatori di software, dall’e-commerce ai social media, i ruoli di punta saranno rappresentati dalle vendite e il marketing, dai manager dell’innovazione e dai servizi di assistenza ai clienti.

Un quadro di ottimismo, ma anche di cautela

Si tratta di un quadro che suggerisce “ottimismo, ma anche cautela”, spiega l’organizzazione ginevrina in un comunicato. In futuro infatti saranno richiesti alle aziende “sforzi coordinati per formulare una strategia complessiva di aumento della forza lavoro”. Una strategia che sia in grado di fronteggiare le sfide poste da una nuova era di cambiamento e innovazione. Le aziende, perciò, dovranno affiancare ai loro piani di automatizzazione strategie complessive di espansione. E dovranno puntare sulle competenze umane.

Un imperativo morale ed economico: investire nel capitale umano

Ma perché le imprese del futuro restino dinamiche, differenziate e competitive in un’era dominata dalle macchine, occorre che investano in capitale umano.

“C’è un imperativo sia morale che economico a farlo – spiega Saadia Zahidi, responsabile del Centre for the New Economy and Society al World Economico Forum – senza un approccio proattivo, le imprese e i lavoratori rischiano di rimetterci rispetto al potenziale della Quarta rivoluzione industriale”.

Non vuoi andare in pensione? C’è il bonus part-time

C’è chi sogna l’agognata pensione, addirittura vorrebbe anticiparla, e c’è chi, invece, proprio non vuole abbandonare il mondo lavorativo nemmeno raggiunti i requisiti e l’età pensionabile. Forse non tutti sanno che è proprio lo Stato a dare la possibilità ai potenziali pensionati di restare al lavoro, rimandando la pensione attraverso alcune misure specifiche. Una di queste è il bonus part-time, dedicato appunto a chi non vuole andare in pensione e vuole continuare ad operare ancora per qualche annetto, anche se con orari ridotti.

Cosa è e come funziona il bonus part time

Questo strumento è stato introdotto dalla Legge di Stabilità del 2016 ed è rivolto a coloro che una volta raggiunta l’età per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi e 20 di contributi) o per quella anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, uno in meno per le donne) decidono di restare a lavoro per un massimo di 3 anni passando però da un orario di lavoro full-time ad uno part-time. Si tratta di una misura, ricorda AdnKronos, che può essere richiesta esclusivamente dai lavoratori del settore privato e non da quelli del pubblico.

Perché dire di sì al part-time

Ovviamente sono chiari i motivi che possono spingere un lavoratore in età pensionabile a dire di sì a un’occupazione part-time. In questo modo è possibile beneficiare di un bonus in busta paga oltre che della piena contribuzione (così da aumentare l’importo della pensione una volta che si smetterà di lavorare).

“Nel dettaglio lo stipendio viene integrato nella misura pari alla contribuzione persa con il passaggio all’orario part-time: quindi alla retribuzione prevista per l’orario ridotto bisogna aggiungere il 33% di quella precedentemente riconosciuta” specifica la nota.

I vantaggi contributivi se si resta

Tra i vantaggi del continuare a lavorare, anche se part-time, rileva anche il fatto che l’INPS accredita i contributi sul 100% della retribuzione, quindi anche l’importo futuro dell’assegno previdenziale ne beneficerà. Insomma, una garanzia non da poco per il futuro, quando si andrà “veramente” in pensione.

Gli orari di lavoro ridotti

Infine, beneficiando del bonus part-time, il dipendente in età pensionabile può ridurre l’orario di lavoro da un minimo del 40% ad un massimo del 60%. Qualunque decisione in merito all’orario, però, dovrà essere presa in pieno accordo con il datore di lavoro.